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Tu vuo’ fa' l’americano. In Serie A. Ci hanno provato (pochissimi), ci proverà anche Weston McKennie, 22 anni, texano che si è formato in Germania, figlio di un pilota di aeronautica di base a Kaiserslautern. L’ha preso la Juventus. Star and Stripes a centrocampo, sotto l’egida di Pirlo. Prima di McKennie i calciatori americani in Italia si riducono ad una manciata, se consideriamo anche gli emigranti di ritorno (Armando Frigo, nato in Indiana, giocò con Vicenza e Fiorentina prima della Seconda Guerra Mondiale) e le meteore, come il californiano Joshua Perez  (una presenza con la Fiorentina nel 2016, 22 col Livorno in B, ora gioca nella Serie C spagnola) e il newyorkese Gabriel Ferrari (solo Coppa Italia con la Samp ne 2007, poi poche apparizioni con Perugia, Foggia e Ternana). In realtà i nomi da ricordare sono tre. Alexis Lalas (Padova, 1994-1996), Michael Bradley (Chievo 2011-12 e Roma 2012-2014) e Oguchi Onyewu (Milan, 2009-2011, giocando solo in Champions League, mai in Serie A).

Inevitabile partire da Lalas, un’icona, una leggenda che a Padova ancora oggi ricordano con grandissimo affetto, non tanto e non solo per come giocò (pure bene), ma per l’umanità  l’empatia che sapeva creare. Era il centrale difensivo degli Usa al Mondiale del 1994. Arrivò a Padova per un’intuizione di Piero Aggradi, il ds di allora, lo «Sceriffo» come lo chiamavano per via del cappello, l’uomo che per primo ha colto la luce in Ale Del Piero. Lalas era un Generale Custer con i capelli ricci, l’aria da hippy, le velleità da rockstar (suonava la chitarra in un gruppo celebre negli Usa, era il preferito di Chelsea Clinton, la figlia del presidente Bill e di Hilary), si presentò in ritiro con la chitarra al collo e gli anfibi, la capacità di sdrammatizzare, le birre, le notti nei locali, girava con un maggiolino, prima delle partite cantava le canzoni di Steve Wonder. Una notte i carabinieri di Padova vanno a Bresseo, chiamati da un tipo che si lamenta perché giù in strada ci sono bande di ragazzini che stanno giocando a calcio e lui non riesce a dormire. Quando i carabinieri arrivano, sono le due di notte, trovano Lalas che corre avanti e indietro come un matto, da solo, calciando il pallone a caso addosso ai garage, simulando una partita vera e facendosi la telecronaca in un frastuono pazzesco. Un’altra volta - dopo un rimprovero in allenamento - se ne va durante la partitella, esce dal centro sportivo di Bresseo - sui colli padovani - e va a casa a piedi, in centro a Padova, per chilometri sotto il sole, ancora con la divisa da gioco. Un mito, a prescindere.
Carattere diverso, quello di Michael Bradley, cresciuto nell’Illinois, figlio di Bob Bradley, ex ct degli Usa, capitano della nazionale (151 presenze dal 2006). Altri tempi, arriva in A quasi vent’anni dopo Lalas. Tipo tosto, che arriva al Chievo dopo essersi misurato in Bundesliga, tre anni con il Borussia Moenchengladbach. La Roma - per averlo - pagò al Chievo 3,25 milioni, aveva dinamismo e piedi discretamente educati, ma soprattutto un buon senso tattico. Un giocatore utile - Capitan America - e un professionista serio. Molti lo ricordano per un gol a Udine - era la 9ª vittoria consecutiva della Roma - ma ancora di più per la pubblicità della Volkswagen, che lo vedeva - con altri colleghi - impegnato a pubblicizzare la casa automobilistica, con esiti assai spassosi: non riusciva a pronunciare la parola «parcheggio».

Infine, resta Oguchi Onyewu. Un gigante che giocava in difesa. Arrivò al Milan nel 2009, rimase un anno e mezzo, senza mai debuttare in Serie A. Aveva già 27 anni, si era messo in luce nello Standard Liegi. Giocò una sola partita in Champions, contro lo Zurigo; più tardi si infortunò, decise - chapeau - di non percepire l’ingaggio (aveva tre anni di contratto). Ma nella memoria di tutti Oguchi Onyewu è l’uomo - l’unico al mondo immaginiamo - capace di tenere testa a Zlatan Ibrahimovic, rompendogli una costola. Era il Milan di Allegri e il fattaccio capitò durante un allenamento. Duello titanico. Andò così. Partitella a Milanello. Ibra disse che Onyewu aveva le «dimensioni di una casa». Voleva provocarlo. Onyewu fece spallucce. Risposta: non mi fai paura, delle tue provocazioni me ne frego. Ibra provò due volte a colpirlo con un tackle, l’altro li evitò. Ma si avvicinò a Ibra e lo toccò alla spalla, come per allontanarlo. Apriti cielo. Ibra reagì con una testata. Da lì: calci, pugni, ginocchiata di Onyewu e costola rotta di Ibra, scazzottata, mani in faccia, i compagni che intervengono, Allegri che sospende l'allenamento. Sigla, sipario, divideteli se no succede un finimondo.