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Sono passati 34 anni esatti e sembra davvero un altro secolo. Era il 20 febbraio 1986, infatti, il giorno in cui Silvio Berlusconi diventò legalmente il nuovo proprietario del Milan, in attesa di diventarne ufficialmente presidente un mese e quattro giorni dopo. Una svolta epocale per la squadra rossonera che non vinceva uno scudetto del 1979 e una coppa dei Campioni dal 1969. L’avvio non fu incoraggiante con la sconfitta nel derby, firmata dallo sconosciuto interista Minaudo, ma Berlusconi non perse mai l’ottimismo riuscendo a sorprendere persino i giocatori, con capitan Baresi in testa, quando nella sala del caminetto di Milanello disse che il Milan sarebbe diventato la squadra più forte in Italia, in Europa e nel mondo. Per riuscirci, però, capì che non bastavano il suo entusiasmo e la sua esperienza di imprenditore e così la sua prima mossa vincente fu quella di scegliere pochi ma esperti collaboratori.

Adriano Galliani, già allora con un passato nel Monza come dirigente, diventò il fidato amministratore delegato, con il prezioso aiuto di Ariedo Braida, il d.s. richiamato dall’Udinese, che era stato un discreto centravanti non un campione, ma capace di scegliere i giocatori giusti per il nuovo Milan. Società snella, con tre figure cardine affiatate (presidente-amministratore delegato-direttore sportivo) e una squadra con una base difensiva eccellente (Tassotti-Baresi-Filippo Galli-Maldini) già preparata a zona da Liedholm. Settimo dopo il primo mezzo campionato senza nuovi acquisti, soltanto quinto nel primo campionato intero dopo gli arrivi di Giovanni Galli, Bonetti, Massaro, Donadoni e Galderisi, con lo spareggio vinto contro la Sampdoria per accedere alla coppa Uefa, il Milan di Berlusconi è decollato alla seconda stagione vincendo lo scudetto del 1988, trampolino di lancio per conquistare subito dopo la Coppa dei Campioni e il titolo mondiale. Missione compiuta, quindi, nel giro di due stagioni.
Un sogno al confronto dell’incubo che vivono oggi i tifosi rossoneri
, perché Berlusconi ha lasciato il Milan nell’aprile del 2017 e quindi sono già passati tre anni di promesse e delusioni. Lo scudetto ormai è un tabù perché se il Milan lo rivincesse l’anno prossimo ne sarebbero passati dieci dall’ultimo del 2011 con Allegri in panchina, e se tra due anni rivincesse la Champions ne sarebbero passati quindici dal 2007, quando Inzaghi firmò la doppietta contro il Liverpool. “Ci vuole tempo per rivedere il grande Milan di Berlusconi” ha detto Boban quando ha debuttato come dirigente rossonero. Ma un conto è vincere scudetti e coppe, un altro non essere competitivi nemmeno per arrivare almeno al traguardo minimo del quarto posto, con una struttura societaria forte, programmi precisi e giocatori giusti. Ecco perché, sorvolando sulla stagione con la gestione cinese, il contrasto tra i primi due anni di Berlusconi e i primi due del fondo Elliott fa paura.

Gli investimenti ci sono stati, ma sono stati buttati i soldi perché sono state sbagliate tutte le scelte dei dirigenti, a cominciare da Gazidis che in comune con Galliani ha soltanto la prima lettera del cognome. Per non parlare di Leonardo, arrivato e subito ripartito dopo aver fatto spendere una montagna di milioni per Piatek e Paquetà. Nell’ultima sessione estiva di mercato sono stati spesi più di 80 milioni per prendere sei stranieri, pensando più alla loro giovane età che al rispettivo valore. Poi, però, a conferma dei troppi errori, compresa la svelta dell’allenatore Giampaolo, è stato richiamato d’urgenza il trentottenne Ibrahimovic per evitare in finire in zona retrocessione. E così, nella migliore delle ipotesi il Milan arriverà al quinto posto come l’anno scorso, con il diritto di partecipare all’Europa League, ammesso che i conti stavolta lo permettano. Ma soprattutto, al di là del piazzamento finale, non si vede una linea chiara per il futuro. La società, infatti, è spaccata con il fondo Elliott e Gazidis da una parte, Boban e Maldini dall’altra, due anime pericolosamente divise sul nome del futuro allenatore designato dalla proprietà, il tedesco Rangnick. Ecco perché ricordare quel 20 febbraio di 34 anni fa non è un nostalgico tuffo nel passato, ma un aiuto per capire quanto tempo si sta perdendo con questa gestione. E quindi, pensando al futuro, l’augurio è che si presenti in fretta un nuovo Berlusconi, italiano o più probabilmente straniero. Perché soltanto in questo caso il Milan potrà tornare grande.