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E’ ormai acclarato, non da mesi o anni ma addirittura da decenni, che possedere uno stadio sia imprescindibile per competere ai massimi livelli del calcio internazionale. Fino a qualche lustro fa, la generosità di presidenti tifosi ha consentito di colmare il gap con chi un impianto lo aveva: Berlusconi e Moratti, ma anche la stessa famiglia Agnelli, hanno mantenuto ai vertici Milan, Inter e Juve mettendo in gioco, o addirittura a repentaglio, il proprio patrimonio personale, e lo stesso hanno fatto altrove Cragnotti, Tanzi, Sensi. In questo periodo storico è però inimmaginabile che un imprenditore, per quanto finanziariamente potente, si impegni in quel modo, e - se ci pensate - non è nemmeno giusto: perché devo spendere nel pallone quello che guadagno con le tv, il petrolio oppure le automobili? Occorrono altre fonti di sostentamento, la gestione delle società deve diventare - come si ama dire oggi - sostenibile. E perché questo accada è necessario avere la proprietà di uno stadio, sempre che si voglia lottare con i più grandi (e ricchi) club del mondo.

SOLO TORINO - Il discorso, messo così, è estremamente lineare, quasi banale, elementare. Eppure nel nostro curioso Paese costruire uno stadio è difficilissimo. Finora ci sono riuscite quattro società: la Juve (ha vinto 9 scudetti di fila), l’Atalanta (è presenza fissa in Champions, nonostante un bacino d’utenza nemmeno paragonabile alle concorrenti), il Sassuolo e l’Udinese (due club modello). Ma Torino è l’unica tra le grandi città a avere permesso che venisse edificato un impianto di proprietà, anche se dopo una battaglia infinita cominciata addirittura nella prima metà degli anni Novanta dall’allora ad bianconero Giraudo. Non ci sono riuscite Napoli, Firenze, Roma. A volte ci si è arenati di fronte a questioni politiche e burocratiche, a volte sono stati i presidenti a cercare di sfruttare al massimo - diciamo così - la situazione, soprattutto nella Capitale (si racconta di un noto sindaco che, davanti al plastico con il progetto dello stadio della Lazio, non riuscisse a individuarlo, tali e tanti erano gli edifici, le abitazioni, le costruzioni che lo circondavano, quasi una nuova città).

L’AUTOGOL DI MILANO - Stupisce in modo particolare che anche Milano stia incontrando problemi enormi nella costruzione del nuovo San Siro. E’ la nostra città che più si è rinnovata negli ultimi vent’anni, trasformando il volto di intere e ampie zone; è la nostra città che ha avuto meno paura dei cambiamenti, diventando un esempio di modernità, lungimiranza, efficienza. Eppure sullo stadio nemmeno Milano riesce a compiere il passo decisivo. Sono passati oltre due anni da quando Inter e Milan hanno presentato il loro progetto, spiegandone dettagli, principi, motivazioni. Tutto sembrava destinato a correre in avanti dopo le giuste e necessarie verifiche, ma senza artificiosi intoppi molto italiani. Non è stato così.
IL MILAN PER L’INTER - Milan e Inter confidano di sbloccare l’iter burocratico subito dopo le elezioni, ma avvertono un’opposizione strisciante. E non solo da parte di alcune associazioni e di alcune fazioni politiche (l’ultima sparata è dei Verdi, i quali dicono che non vogliono colate di cemento, come se a Milano non venissero edificati grattacieli a ogni pie’ sospinto). Anche il sindaco Sala, quasi sicuramente destinato a succedere a se stesso, continua a frenare. Tra i dubbi che ha avanzato, ce n’è uno legato alla stabilità della proprietà cinese dell’Inter. Nel caso in cui persistessero riserve per la situazione contingente del club nerazzurro, Elliott potrebbe essere disponibile a fornire supporti adeguati e - a quanto ci risulta - non si può escludere che non lo abbia già fatto presente. Senza mai dimenticare, in ogni caso, che la concessione del Comune viene stipulata per una durata di 90 anni con i club e non con le proprietà, che in 90 anni difficilmente resteranno sempre le stesse. Perché, dunque, tutte queste riserve da parte di Sala?

@steagresti