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E’ bastata una parola a Stefano Pioli per spiegare il suo obiettivo: vincere. Nessuno slogan, nessuna filosofia, nessun occhiolino ai profeti del bel gioco. Pioli, infatti, non si sente un maestro di calcio, come era stato definito il suo predecessore Giampaolo. Perché, guarda caso, i cosiddetti maestri di calcio sono quelli che da ragazzi il grande calcio lo hanno visto soltanto in tv, come Sacchi, Sarri e lo stesso Giampaolo. Lui, invece, è cresciuto nella Juventus, con Platini e Boniek, ha partecipato in campo o in panchina come difensore centrale, anzi stopper come di diceva a quei tempi, alle vittorie in Italia, in Europa e nel mondo della squadra allenata da Trapattoni e presieduta da Boniperti. L’esperienza internazionale, quindi, non gli manca, sa che cosa vogliono le grandi società e nella sua carriera da allenatore si è già seduto su panchine importanti, dalla Lazio alla Fiorentina, senza scordare l’esperienza all’Inter subito rilanciata in corsa dopo la fallimentare partenza con Frank de Boer. Non sappiamo se riuscirà a rimettere in piedi un Milan mai nato, ma sicuramente Pioli ha già dimostrato nella sua carriera, come giocatore e allenatore, di valere più di Giampaolo. E già che ci siamo, anche se è arrivato soltanto perché non si è liberato Spalletti, in questa situazione di emergenza lo consideriamo più adatto di lui per salvare il salvabile, perché rispetto all’ex tecnico interista è molto più chiaro con i giocatori, in campo e fuori, e proprio per questo ha bisogno di meno tempo per spiegare le proprie idee. 

IL PRECEDENTE DI CAPELLO - Senza cadere nella trappola mediatica del bel gioco, Pioli pensa prima di tutto ai risultati perché sono quelli che fanno la differenza e il verbo “vincere”, senza altre aggiunte, è già una bella garanzia. Fanno male quindi i tifosi a contestarlo a suon di “PioliOut” rimproverandogli il suo passato da tifoso interista, prima di tutto perché è un professionista e poi perché i giudizi si danno dopo e non prima, come si è appena visto con Giampaolo, appunto. Clamoroso, per rimanere in casa milanista, quanto accadde alla fine della stagione 1990-’91, quando Berlusconi decise di sostituire Sacchi con Capello. C’eravamo nell’ultima partita di campionato a San Siro (0-0 contro il Parma) quando tutto lo stadio, non soltanto le curve, cantò: “Noi tifosi del Milan/abbiamo un sogno nel cuore/Arrigo allenatore/Arrigo allenatore”. Berlusconi, però, non cambiò idea e i fatti gli diedero ragione perché Capello con una squadra che Sacchi aveva ritenuto a fine ciclo, infilò la serie record di 58 partite di campionato senza sconfitte, vincendo tre scudetti consecutivi e riuscendo nel 1994 a centrare la doppietta scudetto-coppa dei Campioni mai riuscita, né prima né dopo, a un altro  allenatore italiano. 

IL PRECEDENTE DI ALLEGRI - Questo per dire che i tifosi spesso sbagliano e ne sa qualcosa anche Allegri che venne accolto con i fischi e anche qualche calcio alla sua auto, quando stava andando a firmare il contratto con la Juventus. Il risultato fu: cinque scudetti consecutivi e due finali di Champions. Ciò non significa che con Pioli il Milan tornerà grande, perché la differenza in campo la fa la qualità dei giocatori. Questo Milan non è da quarto posto, ma al massimo da quinto/sesto e nemmeno Spalletti più gradito ai tifosi avrebbe potuto riportare il Milan in zona Champions. 

IL PRECEDENTE DI GUARDIOLA - Per rimanere al recente passato, nemmeno Gattuso ci è riuscito, in assenza di giocatori di esperienza da lui invocati e adesso rimpianti persino da Boban. In Italia, però, e questo vale per tutte le squadre, si pensa che l’allenatore sia l’uomo più importante. E se vogliamo uscire dai nostri confini, pensiamo a Guardiola, grande allenatore che coi vari Messi, Xavi, Iniesta e Puyol, ha vinto due Champions in tre anni, nel 2009 e 2011. Poi, però, quando è andati al Bayern Monaco e successivamente al Manchester City non è mai arrivato nemmeno in semifinale. Ecco perché non bisogna illudersi che Pioli trasformi giocatori di media qualità in nuovi campioni. Ma almeno siamo sicuri che non farà, né andrà, in confusione come Giampaolo.