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La vicenda dell’arbitro Serra, l’errore e le scuse, il fischio e il pianto, hanno fatto scorrere fiumi d’inchiostro. L’esito è stato tragicomico. Si è andati dalla battuta (“Effetto Serra”) al dramma (“Delitto e Castigo"). In un mondo e in uno sport in cui gli errori arbitrali (non c’è illusione tecnologica che tenga a costo di evitare l’ “umano”) sono all’ordine del giorno, più del fatto, il fallo da non fischiare, hanno potuto il pentimento e le lacrime d’un arbitro di 39 anni. È questo che non s’era mai visto, per il resto la solita litania drammatizzante o sdrammatizzante dei tifosi. “Campionato falsato” per i milanisti; normale amministrazione nel dare e avere per gli altri.

Fra considerare l’arbitro nell’abisso alla Dostoevskij o sbeffeggiarlo, le parole più giuste sembrano quelle di Ibra e Casarin. “Hai sbagliato come sbaglio io” ha detto il campione rossonero; “l’esigenza di essere veloce, anzi immediato” lo ha fatto sbagliare, ha sintetizzato Casarin in un bel dialogo immaginario, sul Corriere della Sera. E potrebbe chiudersi qui, con la punizione di rito, se non ci fosse stato un altro, presunto, strappo alla regola.

Ovvero la notizia circa le scuse che l’AIA avrebbe recapitato al Milan per l’arbitraggio, notizia prontamente smentita. Meno male, altrimenti ogni settimana avremmo dovuto assistere a pubblici pentimenti e genuflessioni da parte dell’ associazione che rappresenta gli arbitri.
Resta, comunque, uno stupore amaro, oltre alla doverosa compassione condita con un po’ di simpatia per il crollo emotivo di un arbitro alla fine d’una non troppo nota carriera. Lo stupore deriva proprio dalle scuse eclatanti quanto impotenti. Dalle lacrime, che gettano un fascio di fragilità sulla macchina calcio e sul perno operativo che irroga le sanzioni durante la partita, ossia sul magistrato in campo.

Assediati da tutte le parti, non sufficientemente vaccinati dal Var, costretti a decisioni sempre più fulminee, bocciati o promossi in continuazione, gli arbitri hanno una sola strada per potere continuare: distaccarsi il più possibile, soprattutto dai propri errori, pena l’impossibilità d’andare avanti e essere sostituiti da quell’algoritmo tecnologico giudicante, invocato da alcuni sostenitori della giustizia assoluta e imperfetta ovvero non umana.