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Stefano Sartoni, i’ Passarella, si ricorda di quella riunione, quando a Genova arrivarono gli ultrà di tutte le città (ad esclusione dei milanisti) per gridare «Basta lame, basta infami». «Noi del Collettivo partimmo con due macchine — rammenta, lui che ne è stato uno dei leader parlando al quotidiano La Nazione—. Andammo là perché ci sembrava assurdo morire per una partita di calcio».
Era il 1995, l’ultrà genoano Vincenzo Spagnolo, detto Spagna, era stato ucciso da una coltellata nei pressi dello stadio Marassi. L’«infame» era un altro ultrà, milanista appunto; faceva parte di un gruppo che aveva il Barbour come uniforme. Quell’incontro, a cui parteciparono tremila ultrà da tutta Italia, mise alla gogna chi usava il coltello e violava un codice non scritto della curva. Lealtà nella rivalità, insomma. Lo Spagna del 2014 è nato a Napoli e si chiama Ciro Esposito. Quella sera del 3 maggio, a Roma, quando gli è stato sparato a Tor di Quinto (a premere il grilletto l’ultrà romanista Daniele De Santis, secondo gli inquirenti), c’era una bella fetta della Firenze viola. Nel frattempo però bisogna capire che e' cambiato il mondo, anche le curve hanno messo un’altra pelle. Ne è convinto Sartoni, capo di un gruppo che, dopo la sua scomparsa, ha lasciato un vuoto. Anche di “potere”: oggi come oggi, soprattutto dopo gli episodi della finale di Roma che hanno causato una ferita “interna” ancora da rimarginare, la geografia della Fiesole è ancora da disegnare. «Sono arrivati i tornelli, hanno introdotto la tessera del tifoso. Hanno dato una stretta. Noi ci si vedeva la domenica, e ogni domenica succedeva qualcosa. C’erano le trasferte con il biglietto fotocopiato o il treno che non veniva pagato. Adesso parecchio Facebook ed internet. Anche se a Firenze si viene daspati per una torcia...».