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Cinque anni, 169 presenze, 55 gol. Ma i numeri non descrivono il legame, indissolubile, fra Maurizio Neri e i colori del Brescia. Una storia che poteva vivere un secondo capitolo, dopo il lustro da attaccante (e da capitano): Neri era sulla strada del ritorno da tecnico, come vice di Giuseppe Scienza. Pronto per un nuovo viaggio senza vento nel nome del Brescia, con tante difficoltà e altrettanta passione. E invece. «Invece sono qui a sbattere la testa contro il muro - dice Neri, riminese, classe 1965 -. Il Brescia non mi ha voluto e non capisco il motivo. La delusione è così forte che adesso voglio prendere le distanze da questa società. Mi ero illuso e sono distrutto. Non posso perdonare». Perché è sfumato il ritorno di Neri quando ormai sembrava scontato? «Non lo so. È un rompicapo. Un rebus impossibile da risolvere. Non ero stato io a propormi: l'idea era stata di Scienza, convinto che io potessi dare un grosso aiuto a lui e a tutto l'ambiente. Ed è vero: potevo essere davvero utile al Brescia. Ma il Brescia ha deciso diversamente. E io, a questo punto, rompo con il Brescia».

 

Problemi legati all'amicizia con Cristiano Doni? «A parte il fatto che io non sono Doni e per primo mi ero sentito ferito dalle sue dichiarazioni anti-Brescia dopo la promozione dell'Atalanta, nessuno mi ha fatto pesare niente del genere». I gruppi organizzati del tifo, attraverso Bresciaoggi, avevano chiarito che Neri era il benvenuto. «Lo so, e ringrazio gli ultrà. Come ringrazio tutti gli amici che ho a Brescia: dai tifosi ai giornalisti, mio fratello Omar Pedrini come Sandra Baiguera dell'Admo e Guerino Botticini, persone che mi stanno a cuore e che mi hanno coinvolto in manifestazioni e iniziative benefiche. In quelle occasioni ho sempre onorato la maglia che idealmente non ho mai smesso di indossare. Poteva essere il momento giusto per ricambiare un affetto mai venuto meno. Tanto più che non mi ero offerto io. Ma ripeto: potevo tornare utile, visti i miei trascorsi». Forse Neri paga questo suo forte legame con Brescia? Una presenza troppo ingombrante al fianco di un allenatore? «Non lo so. Fosse così, non capirei. A Brescia mi lega un feeling particolare. Qui ho fatto nascere mia figlia, nel 1995. Non a Rimini, ma a Brescia: una scelta per la vita. Il mio sogno è sempre stato allenare il Brescia. E quando Pirlo ha festeggiato la vittoria del mondiale a Flero, a rappresentare il biancazzurro del Brescia c'eravamo io e Omar Pedrini. Non sono presuntuoso, potevo essere un buon vice, la società non ha voluto: quando si ama tanto e si viene traditi, non si può perdonare».

 

Con Scienza è cambiato qualcosa? «No. La sua buona fede è accertata. Mi aveva proposto lui, eravamo in vacanza insieme e già programmavamo il ritiro e la stagione. Quando sono sorti dei problemi, Giuseppe ha provato e riprovato a imporre il mio nome. A quel punto l'ho fermato io e gli ho detto di pensare a sé. Ma nel Brescia, prima o poi, qualcuno dovrà prendersi pubblicamente la responsabilità di non avermi voluto. Avrei preferito che il presidente Corioni, o chi per lui, mi dicesse in faccia che sono scarso. Ma così no». Ora Neri cosa farà? «Scappo per 4-5 giorni. Ho bisogno di isolarmi, di non rispondere al telefono. Avevo anche pensato di abbandonare il calcio. Ho ricevuto tanti attestati di solidarietà, dunque non lascerò e ripartirò, fra un po'. Con il Brescia è finita: rottura totale. Con Brescia no: il rapporto durerà per sempre. E un domani, dovesse cambiare la società, sarei felice di tornare a lavorare per la mia squadra del cuore».