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Un lunedì pomeriggio differente da tutti gli altri. La mattina i bimbi avevano trovato dolcetti e carbone colorato nelle calze che la Befana aveva consegnato ai piedi dei loro lettini. Si era compiuta per l’ennesima volta la magia della vecchietta con le scarpe rotte e il cappello alla romana simbolo della cristianità ma soprattutto protagonista di una favola.

Poi dunque era arrivato il dopo pranzo che, con il ritorno del campionato parte seconda, coinvolgeva i papà di quei bimbi felici. Alcuni di loro, molti per la verità, si auguravano di poter vivere e provare le medesime suggestioni magiche che avevano sedotto i loro figli. E ne avevano anche buon diritto. Intanto perché talvolta si sente dire che il gioco del pallone può essere una favola. Eppoi perché in questo lunedì atipico di calcio esistevano due ottimi motivi per ribadire il concetto. Zlatan Ibrahimovic e il Cagliari. 

Il primo faceva ritorno al Milan dopo dieci anni. Ha perduto un po’ di capelli, insieme forse con la giovanile gagliardia, ma non la sua simpatia da guascone persino strafottente che gli fa dire, appena arrivato, “voglio che con me la gente di San Siro riprenda a saltare dalla gioia”. Ed erano tutti lì, in sessantamila, al Meazza pronti per farlo. La fiaba del gigante poteva diventare realtà. 

In contemporanea, lontani dalla loro terra che è un’isola, altri uomini e donne facevano voti e scaramanzie antiche affinchè anche per loro questo potesse essere il giorno delle meraviglie. Era la rappresentanza, a Torino, del popolo sardo radunatosi all’Allianz per spingere il suo Cagliari a rivivere e a far rivivere le pagine scritte tanto tempo fa dalla favolosa banda Scopigno e a far risentire un rombo di tuono nel cielo. Era tutto pronto. Proprio come a San Siro.

Il calcio può essere una favola, ma è davvero raro che accada. Quella di Ibra è rimasta nella gola dei sessantamila con quel grido di “gol” che non ce l’ha fatta ad uscire. Nessun rombo di tuono nel cielo sopra Torino, semmai un deflagrare atomico firmato da Ronaldo che ha travolto il Cagliari. La Befana intanto, sulla sua scopa, era già volata via verso Occidente dove non era ancora notte e i bambini spettavano il suo arrivo. Nell’aria rimanevano soltanto una grande voglia di fiabe e tanta malinconia.