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    Non solo Juve: il senso degli affari di John Elkann nella guerra fra Russia e Ucraina

    Non solo Juve: il senso degli affari di John Elkann nella guerra fra Russia e Ucraina

    • Marco Bernardini
      Marco Bernardini
    Le grandi tragedie non sono mai tali e vissute allo stesso modo per tutti. Da sempre, infatti, esistono coloro i quali dal dolore altrui traggono vantaggi, specialmente di natura economica. La passata pandemia Covid, per esempio, ha fornito alle grandi multinazionali farmaceutiche l’opportunità di fissare le rispettive chiusure di bilancio con guadagni a dir poco stellari ai quali vanno aggiunti quelli realizzati dagli operatori dell’indotto sanitario, dalle mascherine ai disinfettanti. L’aspetto positivo per la società civile è che parallelamente hanno trovato giovamento la ricerca e la scienza in senso ampio.

    Altra catastrofe umanitaria è esemplificata dalle le guerre. Attualmente nel mondo ne sono in atto centoventisei a conferma che, come ammonisce Papa Francesco, ci troviamo a fare i conti con il terzo conflitto planetario della storia, seppure a macchia di leopardo. La situazione più eclatante, sotto il profilo degli equilibri mondiali e mediatici, è la guerra in atto tra Russia e Ucraina dopo l’aggressione un anno fa di Mosca a Kiev. Già trecentomila morti, tra soldati e civili, e nessuna schiarita all’orizzonte con il rischio, sempre incombente, di un allargamento delle ostilità sin oltre il confine nucleare.

    L’Italia, così come il resto dell’Europa insieme all’intero Occidente, ha preso una posizione netta a favore dell’aggredito Zelenwskj al quale vengono puntualmente inviati denaro e soprattutto quelle armi necessarie a contrastare l’avanzata dell’esercito di Putin e magari anche a ribaltare lo scenario del conflitto. Ebbene, a differenza degli interventi commerciali per la pandemia virale i quali erano comunque tesi verso la salvaguardia della vita, la discesa in campo dei fornitori di armi appare a dir poco disinvolta se non addirittura spregiudicata perché in ogni caso seminatrice di morte.

    La decisione del governo italiano di portare al due per cento del Pil la spesa militare rappresenta un nuovo e golosissimo business per la famiglia Agnelli e nello specifico ancora di più per John Elkann che ne è il nuovo e giovane patriarca. Il nipote prediletto ed eletto dell’Avvocato è il presidente di “Stellantis”, ciò che resta della Fiat dopo la fusione con Psa, ma soprattutto numero uno della holding Exor che, tra le tante attività, controlla Ferrari, Juventus, Gedi e il quotidiano “Economist”. Non solo, questa grande matriosca contiene investimenti anche in Iveco e Rolls Royce che non si limitano a produrre veicoli civili ma dalle cui divisione “Defence” escono armi di ogni tipo.

    L’Iveco, in collaborazione con Leonardo e Oto Melara, produce le autoblindo Centauro e veicoli da combattimento fanteria Vbm freccia. Dalla Rolls Royce, a sua volta, escono i motori che vengono montati sugli aerei caccia di nuovissima generazione secondo il progetto Tempest. Sin qui siamo alla normale produzione industriale che, in tempo di guerra, cresce a dismisura. Oltre la siepe, però, esiste uno scenario forse fatale ma egualmente agghiacciante. I cannoni a lunga gittata che sparano sul Dombass sono gli stessi che rispondono dalle postazioni della Wagner. I caccia che sorvolano l’Ucraina con la Z disegnata sul fianco sono i medesimi che puntano sulle linee dell’esercito di Mosca. Ma, si sa, i soldi non hanno nazionalità.

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