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Pasolini, si sa, fu un grande appassionato di calcio e un discreto giocatore. Quelli, a Bologna, nel periodo in cui “lo squadrone che tremare il mondo fa” vinse quattro scudetti di fila (a partire dal 1935), furono gli “anni più belli della sua vita”. Giocava anche quattro ore al giorno, mancino ala sinistra. Ormai famoso, durante le pause sul set, improvvisava partitelle sulla pozzolana delle periferie romane. Sua una delle più folgoranti definizioni di questo sport: “E’ l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Un rito, nel fondo, anche se evasione”. Sacro perché basato sulla fede, non sulla ragione, pervaso da indiscutibili, irrazionali, appartenenze. E rituale: sempre uguale, sempre diverso.

Quando poteva, P.P.P. giocava. In calzoncini e maglia rossoblù o anche in mocassini e cravatta. Nelle cronache cinematografiche rimase famosa la sfida tra la troupe di “Novecento”, capitanata da Bernardo Bertolucci e quella di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” da Pasolini. I due film si stavano girando contemporaneamente a poca distanza, fra Parma e Mantova. La domenica del 16 marzo 1975, alle 9,30 le squadre entrarono in campo. Rossoblù i cosiddetti Centoventi, in maglia viola copiativo riverberante i Novecentini. Terminò 5 a 2 per questi ultimi. Pasolini ci rimase molto male, anzi se andò prima della fine, peggiorando ancor più i rapporti con Bernardo, figlio dell’amato poeta Attilio Bertolucci. Sembrava che l’ira fosse colpa del poeta friulano, reo di non saper perdere. Invece, lo si riscopre oggi, aveva ragione.
Lo ricorda in un bell’ articolo su “Sette” Antonio D’Orrico, ripescando una testimonianza dell’italianista Franco Contorbia, apparsa sulla “Gazzetta di Parma” di circa un mese fa. Rileggendo una cronaca d’allora e vedendo il documentario “Centoventi contro Novecento. Pasolini e il calcio” di Alessandro di Nuzzo e Alessandro Scillitani, lo studioso rivela che quella partita era truccata: tra i Novecentini vennero schierati, fraudolentemente, quattro ragazzi delle giovanili del Parma. Ad uno di questi, particolarmente bravo, Pasolini aveva chiesto a bruciapelo che cosa facesse sul set di “Novecento”. Il ragazzo s’impappinò e disse: “Nulla, gioco nel Parma”. Quel ragazzo era il giovane Carlo Ancelotti. Il primo da destra nella fotografia della squadra è proprio lui, che tra l’altro sarebbe diventato oltre al resto, anche un appassionato di cinema. Mantenne il segreto per molto tempo, poi lo confessò in un’intervista alla “Gazzetta dello Sport”. Aveva segnato anche un goal, ma se ne vergognava. In fondo aveva contribuito a rendere profana una sacra rappresentazione.