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Quando ho iniziato la mia battaglia contro la discriminazione razziale che da sempre subisce la gente di colore qui in Brasile tutti hanno iniziato a guardarmi come si guarda un matto.
“Ma chi te lo fa fare ? Sei uno dei calciatori più forti del Brasile intero, hai appartamenti in proprietà e tanti soldi sul conto corrente … lascia combattere questa guerra a chi ha davvero bisogno di farlo”.
Questo, più o meno, e quello che mi dicevano tutti quanti.
Compresi i miei compagni di squadra e quelli della Nazionale brasiliana.
Ma proprio qui sta il punto.
Proprio perché sono “CAJU”, perché gioco nel Brasile e perché sono conosciuto in tutto il Paese che ho nolte più possibilità di essere ascoltato di un povero padre di famiglia disoccupato e magari con 4 o 5 figli da mantenere.
Questa è la mia battaglia.
La stessa che qualche anno fa hanno combattuto Martin Luther King, Malcolm X e i ragazzi delle “Black Panthers” negli Stati Uniti d’America.
La stessa battaglia che sta combattendo con le sue canzoni il mio amico Bob Marley.
Quando poco tempo fa raccontai ad una testata giornalistica che Bob sarebbe venuto qua in Brasile a portare il suo personale contributo nella lotta di rivendicazione di tutti quei diritti di cui vengono quotidianamente privati i neri del Brasile ho ricevuto in cambio un sorrisino di compatimento.
Del tipo “Seee … Bob Marley … uno dei più famosi musicisti del pianeta che viene in Brasile per sostenere la lotta di quell’esaltato di Paulo Cesar Lima …”
Peccato invece che esattamente fra due giorni Bob Marley ed un paio dei suoi amici Wailers arriveranno qua a Rio per una serie di incontri, scuole comprese, dove parleremo alla gente di colore e ai ragazzi di questo Paese di quello che occorre fare, e al più presto, qui in Brasile.
Bob mi ha chiesto solo una cosa in cambio: di organizzare una partita di calcio dove poter giocare fianco a fianco.
Ama il calcio visceralmente e mi hanno detto che non è neanche malaccio !
La partita si farà e sarà un piacere enorme giocare insieme ad un uomo che ha fatto della lotta per la sua gente una ragione di vita.



Questa partita verrà effettivamente giocata e il team di “Caju” e del compianto Bob Marley vincerà per tre reti ad una e il terzo gol lo segnerà proprio il grande artista giamaicano … ovviamente su assist “al bacio” di Paulo Cesar Lima !

Paulo Cesar Lima, per tutti in Brasile “Caju”, nasce a Rio de Janeiro nella favela di Cachoeira nel quartiere di Botafogo nel giugno del 1949.
La sua infanzia non si discosta da quelle di quasi tutti i più grandi calciatori brasiliani.
Estrema povertà di una famiglia che comprende la madre Esmeralda che mantiene la figlia Celia Maria e il piccolo Paulo Cesar andando a servizio presso qualche famiglia.. Paulo Cesar è infatti orfano di padre, morto un mese dopo la sua nascita.
Paulo da bambino è già una piccola star nel quartiere. Lo chiamano addirittura “Pelezinho”.
Ma prima che lo stesso Botafogo o un’altra delle tante squadre di Rio de Janeiro riescano a inserire nel proprio settore giovanile il piccolo Caju, accade qualcosa che cambierà radicalmente e per sempre la sua vita.
Il suo migliore amico si chiama Fred.
Sono coetanei, amano giocare a calcio e sono entrambi molto bravi.
Il padre di Fred fa l’allenatore dopo essere stato un calciatore professionista di buon livello con Botafogo e Flamengo ora fa l’allenatore.
Si chiama Marinho Rodrigues de Oliveira.
Allena il Botafogo, con il quale ha appena vinto due campionati “Carioca” (della provincia di Rio de Janeiro) ed è una delle poche famiglie benestanti del quartiere, con una casa di proprietà e cibo in tavola tutti i giorni.
Fred e Caju sono inseparabili e il padre di Fred offre alla madre di Paulo Cesar la possibilità di prendersi lui cura del piccolo Caju portandolo nella sua casa e di fatto a vivere con la moglie e il figlio Fred.
La madre non si oppone capendo perfettamente che quella per il figlio è l’unica possibilità di una vita migliore.
Neppure il tempo di sistemarsi nella sua nuova casa che a Marinho viene offerto il posto sulla panchina della nazionale dell’Honduras.
La famiglia Rodrigues prepara armi e bagagli e parte
per la nuova opportunità lavorativa del capo famiglia.
Caju compreso ovviamente.
La nazionale Honduregna è all’epoca decisamente poca cosa.
Talmente scarsa che durante un’intervista radiofonica, in tono assolutamente ironico, Marinho dichiara che “i più forti calciatori negli allenamenti della Nazionale sono i miei due figli !” … all’epoca tredicenni !!!
Come spesso capita una semplice battuta si trasforma in qualcos’altro.
L’impatto mediatico di quella dichiarazione è devastante e dopo nemmeno due anni in Honduras Marinho viene gentilmente invitato ad andarsene.
Passano un paio di anni trascorsi in Brasile come allenatore del Cruzeiro per Marinho Rodrigues arriva la chiamata del Junior de Barranquilla, squadra colombiana.
Ovviamente si riparte con tutta la famiglia solo che … stavolta Caju e Fred a 16 anni diventeranno realmente la star del team.
Nel 1966 il Junior de Barranquilla un torneo giovanile e sono proprio i due ragazzini gli autentici protagonisti della vittoria.
Fred confeziona assist “a nastro” e Caju diventa la bocca da fuoco princiapale del team nonostante giochi già in quello che diventerà il suo ruolo per praticamente tutta la sua carriera, quello di ala sinistra.
Nel 1967 la famiglia fa ritorno in Brasile e nella bagarre che si scatena per il cartellino di Paulo Cesar Lima a spuntarla è … il cuore.
Caju firma per il Botafogo.
Ma il diciottenne ragazzo cresciuto nelle favelas della zona non immagina di certo di entrare a far parte di un periodo magico nella storia della “estrela solitaria” uno dei soprannomi del Club derivante dallo storico logo con una stella bianca su sfondo nero.
Tra il 1967 e il 1972 arrivano 6 titoli tra cui il campionato nazionale brasiliano (ai tempi denominato Taça Brasil).
Le sue prestazioni sono di un livello tale che Paulo Cesar Lima finirà nell’elenco dei 22 giocatori con cui il Brasile andrà ai Mondiali di Messico 1970 a conquistare il suo terzo titolo, incantando il mondo con fenomeni come Rivelino, Gerson, Tostao, Jairzinho, Carlos Alberto e ovviamente Pelé.
Paulo Cesar, a soli 21 anni appena compiuti, sarà in pratica il 12mo uomo di quella fantastica formazione, giocando in tutti i primi 4 incontri, due da titolare e due entrando nella ripresa dimostrandosi in ogni occasione all’altezza dei suoi più affermati e navigati compagni di squadra grazie al suo dribbling ubriacante e al suo spunto in velocità.
Nel 1972 lascerà il Botafogo per trasferirsi al Flamengo dove continuerà a fare incetta di trofei.
Dopo il Mondiale di Germania del 1974 in cui Caju sarà una lontana controfigura del giocatore ammirato quattro anni prima in Messico, arriverà per lui una importante offerta dai francesi dell’Olympique Marsiglia dove insieme al connazionale Jairzinho e al fortissimo difensore Marius Tresor formeranno un team di tutto rispetto capace di lottare per il titolo fino all’ultimo contro il fortissimo St. Etienne di Bathenay, di Piazza e del talentuoso Dominique Rocheteau conquistando però la Coppa di Francia.
Al rientro in Brasile dopo l’esperienza francese ad attenderlo c’è il Fluminense dove Paulo Cesar contribuisce a portare alla vittoria il “Flu” nei due successivi campionati “Carioca”.
Proprio in quel periodo inizia l’impegno politico di Paulo Cesar che si estenderà non solo al potere politico costituito ma anche in ambito sportivo.
Sarà proprio lui alla vigilia dei mondiali di Argentina del 1978 a fare da portavoce nella lunga “querelle” sui premi da riconoscere ai calciatori brasiliani per gli imminenti mondiali.
… con il risultato che Paulo Cesar Lima sarà estromesso dalla lista dei convocati per quel Mondiale, dovendo così rinunciare al suo terzo mondiale consecutivo.
Terminerà la sua carriera calcistica nel 1983 nelle file del Gremio.
E sarà proprio in quel periodo che per il talentuoso esterno inizierà la battaglia più lunga, difficile e disperata della sua esistenza: quella contro la dipendenza dalla cocaina.
Dopo il primo “incontro” con questa sostanza avvenuto nel suo breve ritorno in Francia nel 1982 con il piccolo team AC AIX e il ritorno in Brasile per la sua ultima stagione con il Gremio, la dipendenza dalla cocaina diventerà immediatamente fuori controllo nel momento in cui nel 1983 lascerà il calcio.
Nel giro di pochi anni Paulo Cesar riuscirà a dilapidare tutti i suoi averi finendo praticamente in miseria.

Prima prosciugando completamente il suo cospicuo conto corrente, vendendo in seguito i suoi tre appartamenti nella zona residenziale di Rio e finendo addirittura per vendere per un pugno di cruzeiros la sua medaglia di campione del Mondo ricevuta in Messico nel 1970.
Quella con la cocaina sarà una guerra che durerà per quasi 20 anni.
Solo nei primi anni di questo secolo Paulo Cesar riuscirà a riemergere da quell’inferno.
Oggi è un signore di 70 anni, senza più uno solo dei suoi capelli “rasta” ma con gli occhi sereni di chi ha attraversato tante tempeste nella vita fino ad approdare al porto tranquillo della terza età.
La sua storia l’ha raccontata qualche anno fa in una toccante e onesta biografia, dal titolo quanto mai esaustivo: “Ritorno alla vita”.
Buona vecchiaia Caju !


ANEDDOTI E CURIOSITA’

L’esordio di Paulo Cesar nel calcio colombiano non avvenne però con lo Junior de Barranquilla del “padre” Marinho bensì con l’Union Magdalena de Santa Marta.
L’allenatore di quel team era l’iconico Gaudencio Thiago de Mello, compositore, poeta e in quel momento allenatore di calcio presso la Union.
Come gesto di amicizia verso il compatriota Marinho manda i Caju e Fred ad allenarsi con l’Union.
Gaudencio rimane così impressionato dalle qualità del non ancora sedicenne Caju che lo fa esordire in una partita di campionato.
L’impatto del ragazzino è tale che dopo sole due partite con l’Union i dirigenti dello Junior de Barranquilla reclamano immediatamente il rientro al club di Paulo Cesar … non dopo aver ripreso duramente Marinho per questa incauta decisione.

Nella sua strenua lotta contro i soprusi subiti dalla gente di colore nella sua terra Paulo Cesar Lima provò in diverse occasioni a convincere Pelé a schierarsi con lui e a prendere posizione.
“Avrebbe ottenuto di più una sola parola di Pelé che 100 comizi o passaggi televisivi miei o dei miei amici … O’Rey però non ha mai voluto saperne.
Rimasi molto, molto deluso da questo suo atteggiamento”.

Uno dei momenti peggiori della carriera di Paulo Cesar Lima accade durante la sua permanenza al Flamengo. In quella stagione il Flamengo sta giocando un campionato nazionale decisamente al di sotto delle attese e Paulo Cesar è considerato dalla torcida uno dei maggiori responsabili delle scialbe prestazioni dei “rubro-negro”. E’ il 28 ottobre del 1973. Al Maracanà un non trascendentale Gremio sconfigge il “Fla” per 2 reti ad 1. Al termine della partita esplode la rabbia dei più esagitati della torcida.
Paulo Cesar viene rincorso fuori dallo stadio e riesce a salvarsi per miracolo dalla furia dei tifosi del Flamengo che se la prendono però con la sua auto, una fiammante Mercedes che viene completamente distrutta.
Dopo poche settimane firmerà per i francesi dell’Olympique Marsiglia per la stagione successiva.

Abbiamo accennato al discorso relativo ai premi per la Nazionale brasiliana.
Pare che accadde tutto al termine della partita vinta dal Brasile contro il Perù nel luglio del 1977 che di fatto sancì la qualificazione del Brasile per i Mondiali di Argentina dell’anno seguente.
Al termine dell’incontro scende negli spogliatoi il Presidente della Federazione brasiliana, l’ammiraglio Heleno Nunes. Paulo Cesar si rivolge a lui rivendicando per lui e i compagni di squadra un premio superiore rispetto a quello stabilito.
Ignorato completamente dall’ammiraglio Nunes Paulo Cesar decide allora di affrontarlo “vis-à-vis”.
“E poi lei farebbe meglio a guidare le sue navi visto che di calcio non ne capisce nulla”.
… Superfluo aggiungere che quella con il Perù sarà l’ultima partita di Caju con la sua Nazionale …

E di pochi anni fa una dolorosa quanto sincera intervista ad una tv brasiliana dove Caju affronta il tema della sua dipendenza dalla droga.
“Non so neppure perché ho cominciato. Per praticamente tutta la mia carriera sono stato lontano da droghe e alcol. Ho iniziato così, senza un vero motivo per pura stupidità.
E nel giro di pochi anni ho rovinato tutto quello che potevo rovinare: amicizie, affetti e tutti i risparmi di 15 anni di carriera al vertice.”
Le ultime parole di quella intervista Caju le dice guardando dritto nell’obiettivo della telecamera e sono quasi un appello.
“Se siete padri di famiglia, se non avete mai provato la droga io vi dico solo NON FATELO MAI. Perché iniziare è facilissimo ma smettere è dura, è davvero dura”.