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Ottant'anni fa il mondo ancora non lo sapeva ma in uno sperduto villaggio del Minas Gerais, nel cuore rurale del Brasile, nasceva uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi. E inevitabilmente, come ogni anniversario che si rispetti, mentre il mondo del calcio, e non solo, ne celebra il compleanno tornano alla memoria collettiva episodi e aneddoti della vita di Edson Arantes do Nascimento. Per tutti semplicemente Pelè.

IL MITO - Avvenimenti in parte noti, raccontati tante volte quanti sono stati i palloni scaraventati alle spalle dei portieri avversari dalla prima vera grande icona planetaria del gioco più bello del mondo. Oppure quasi del tutto inediti, coperti dalla polvere di un'epoca in cui le immagini non avevano ancora cominciato la loro opera di distrazione di massa. Frammenti di vita che oggi, almeno per qualche ora, ritrovano la luce, rievocati da chiunque abbia avuto l'onore non comune di confrontarsi con una leggenda vivente.
AL COSPETTO DEL GRIFO - Un paio di questi episodi legano Pelè a Genova, culla del calcio italiano in cui la Perla Nera si esibì in due occasioni, a distanza di dieci anni una dall'altra. Prima da astro nascente ma già vincente, poi da Dio del Pallone consacrato ed idolatrato ad ogni latitudine. Il primo sbarco nella Superba del Superbo brasiliano avvenne il 30 giugno 1959. Un anno prima il mondo aveva imparato a conoscere quel non ancora 18enne attaccante brasiliano che con le sue giocate aveva trascinato i verde-oro alla conquista del loro primo agognato titolo mondiale. Pur giovanissimo Pelè era già una stella di assoluta grandezza. Quel giorno il suo Santos, in tournée estiva per l'Europa, incrociò le armi in un'amichevole di lusso con il Genoa. Era il Grifone del pardo Julio Cesar Abbadie, del bisonte Paolo Barison e del kamikaze Giorgio Ghezzi. Gente che sapeva come comportarsi con la palla. Ma che quel giorno impallidì di fronte alla lucentezza del migliore. Sul prato dello stadio più antico d'Italia il fuoriclasse di Tres Coracoes non riuscì a lasciare alcun segno sul tabellino di un incontro che i suoi vinsero con un agevole 4-2. Ma il ricordo della sua esibizione restò comunque indelebile nella mente degli oltre 50.000 accorsi a Marassi che ne accompagnarono la prestazione con un'ovazione collettiva ad ogni toccò di palla. 

IL RITORNO - La visita di O Rey al capoluogo ligure si rinnovò esattamente dieci anni più tardi. Ancora una volta il suo Santos aveva approfittato della pausa del proprio campionato per raggranellare un po' di quattrini esibendo la propria perla più pregiata (e i dieci compagni che gli facevo da contorno) in giro per il Vecchio Continente. Il 24 settembre 1969 gli alvinegros tornarono così a calcare il prato verde del Ferraris, opposti questa volta ad una selezione mista formata dai giocatori delle due formazioni locali. Genoa e Sampdoria unirono le proprie forze, sfoggiando un'inedita divisa rossa bordata di bianco. Omaggio cromatico all'unico simbolo che le accomunava: la Croce di San Giorgio. L'effimera fusione tra le due anime della Superba non fu però fortunatissima dal momento che i brasiliani si divertirono a proprio piacimento vincendo con un torrenziale 7-1. Un risultato che in altre circostanze avrebbe scatenato il pianto dei perdenti. Invece quella sera sugli spalti di Marassi nessuno versò una lacrima. I loro occhi erano troppo pieni di bellezza per lasciarne scivolare via anche solo un piccolo frammento.