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Com’è triste Viareggio e non solo. Mentre la splendida Toscana è considerata una delle più belle regioni al mondo, loro non ne possono più. Lo spleen aleggia sugli allenatori “in attività” che vivono nella bellissima landa. Lippi si annoia, Mazzarri passa almeno 4 ore al giorno a guardare fuori dalla finestra dal suo “Buen Retiro” ad Empoli e Prandelli è addirittura approdato alla più malinconica trasmissione che ci sia: “90°Minuto”. Meravigliosa un tempo: con quelle facce e quegli accenti vernacolari (Castellotti Gianduia della Mole, Pasetti da Bologna, Giannini ciompo viola, Tonino Carino soldato inflessibile di Ascoli e Masaniello Necco  da Napoli…) tutti raccolti in fulminee cronache municipali, era una specie di inno nazionale per immagini, un Fratelli d’Italia che ci univa attraverso il calcio. Oggi “90° Minuto” promana una tristezza precolombiana e forse ha trovato nel volto onesto e pallido di Prandelli il suo miglior interprete. Ma l’allenatore d’Orzinuovi, ormai cittadino di Firenze, scalpita. Come è suo costume non lo dà a vedere, però la ferita turca ancora duole e lui vive ormai in un limbo che sa di parcheggio. Newcastle? Magari. Anche il Galles: Swansea che sdoganò Paulo Sousa…

Lippi è tornato dai trionfi cinesi dichiarando che non avrebbe più allenato, che Viareggio (soprattutto d’inverno) è il più bel posto che ci sia e senza andare ogni tanto a sentire il profumo della Capraia soffre. Invece ora afferma che “l’estate è finita, i bagni (leggi stabilimenti balneari) si chiudono e arriva l’inverno”, quindi non gli dispiacerebbe tornare ad allenare, magari “una squadra giovane”. Strano. I viareggini anche se sembra che aspettino l’estate amano l’inverno . Ma quella stessa Viareggio che un tempo era il suo rifugio e la sua tolda di comando, ora gli sta stretta. Ricordate quando sbattendo la porta il faccia all’Inter, dopo poche partite di campionato, dichiarò che “avrebbe tirato un bel calcio nel culo ai giocatori”? Ebbene se ne ritornò in tutta fretta in Versilia, non aprì bocca con nessuno e qualche mese dopo fu trovato, in una luminosa giornata di febbraio, a “fare i nicchi”, cioè a pescare le arselle col rastrello in mezzo al mare. Poi ci fu il trionfo mondiale. La sua città gli dedicò un gigantesco striscione, che recitava: “Agroppi allenatore fallito/L’uomo di rena è diventato un mito”. La Pineta, la Stella Rossa (sua prima squadra), lo Stadio dei Pini, la darsena e Via Coppino eran già ricordi lontani; ormai abitava in Passeggiata, in un attico sul mare. Sembrava dopo l’ “esilio cinese”, che il Caffè New York, la barca, la pesca delle arselle, gli amici (il dottor Petri, interista doc, in testa) e i continui saluti, abbracci, festeggiamenti lo cullassero fra una libecciata e l’altra. E invece no, il cuore batte ancora, la passione non si ferma. In fondo Paul Newman (un nome non casuale) non recitò fino ai suoi ultimi giorni?
Mazzarri, a Empoli lo dipingono come un leone in gabbia. “Chi ‘l tegnerà?” diceva D’Annunzio. Chi lo tiene fermo Mazzarri? La sua passione, infatti, non è il calcio, ma l’agitarsi. Il calcio è una scusa, una possibilità di “menare le mani” in senso buono, di non stare mai fermo, di disporre, cambiare, urlare,  brandire il fischietto e rilasciare interviste sempre ai limiti dell’ invettiva. Povero Mazzarri, anche se ben pagato e ben pasciuto, ormai è da troppo tempo lontano dalle gesticolazioni verbali, dalle polemiche; ormai da troppo tempo è ibernato, prigioniero d’un silenzio ingiusto e inflessibile. Ci manca. Non il suo calcio, ma la sua faccia, le sue mani, le sue corse furibonde nel pur breve spazio della panchina. E poi le interviste dopo la partita. Mai domo, sembrava perennemente sudato anche se era perfettamente asciutto.

Fernando Pernambuco