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Russo: quell'Italia-Inghilterra senza tv per far lavorare la gente

Russo: quell'Italia-Inghilterra senza tv per far lavorare la gente

Una partita attesa e decisiva. Un avversario che richiama alla memoria scontri epici. Un paese che cerca di superare un momento cupo leggendo nella sua nazionale di calcio segnali di ripresa. E a frustrare questo vasto flusso di sentimento popolare, una decisione governativa drastica e inappellabile: la diretta televisiva della Grande Partita non s'ha da fare. Si rischierebbe una diserzione di massa negli uffici pubblici, e il paese non potrebbe proprio permetterselo. Sembra fantascienza, e invece è proprio ciò che accade il 17 novembre 1976. In Italia. Allorché la partita della nazionale guidata da Fulvio Bernardini e Enzo Bearzot contro l'Inghilterra allenata da Don Revie (l’allenatore ex Leeds che viene raccontato a tinte molto negative in “Il maledetto United”), valevole per la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978, viene teletrasmessa soltanto in differita. Alle sei e un quarto del pomeriggio, ossia due ore dopo il fischio di chiusura dell'arbitro israeliano Klein, lo stesso che sei anni dopo avrebbe diretto il leggendario Italia-Brasile 3-2 al Sarrià di Barcellona. A ripensarci non ci si crede nonostante ci si sia passati dentro. E ancor più arduo è raccontarlo a chi non c’era, provando a farglielo credere. Ma nell'Italia di metà anni Settanta, sconvolta dal terrorismo e da una difficile situazione economica, la decisione di mandare in onda soltanto in telecronaca registrata una partita che oggi darebbe vita a una diretta di 10 ore di diretta, fra pre e post, pare una cosa normale. Il popolo del calcio mugugna, tanto più che il giorno prima la gara fra le rappresentative Under 21 era stata regolarmente data in diretta. Ma alla fine i tifosi dovono abbozzare.

Cos'altro potrebbero fare, del resto? Si può soltanto accendere la cara vecchia radio e seguire la diretta dalla voce di Enrico Ameri per sapere come stiano andando le cose mentre la partita si svolge. Per poi attendere le 18,15 e seguire, conoscendo il risultato, la telecronaca di Nando Martellini. Trasmessa a colori, per quei pochi che già avevano avuto il privilegio di lasciarsi alle spalle gli apparecchi in bianco e nero. Era un altro mondo in tutti i sensi. Due canali televisivi di stato, Rai Uno e Rai Due, e nient'altro. Le trasmissioni a colori inaugurate con le Olimpiadi di Montreal dell'estate precedente, e ancora mandate in onda con parsimonia fra i mugugni del Partito Comunista, che vedeva nell’addio al bianco e nero il rischio il rischio di un’edonizzazione di massa degli italiani. Pregiudizi di cui adesso anche sorriderebbero anche coloro che allora votavano PCI. E intanto sull’altro versante dello schieramento politico, nell’Italia del bipartitismo imperfetto, il governo Andreotti III a dettare la linea in materia di gestione del calcio in tv. Fino a decidere che una partita non debba essere teletrasmessa in diretta per ragioni di stato.

Bisogna dunque tornare indietro a quei giorni per raccontare un Italia-Inghilterra che ha fatto la storia. Sia in diretta che in differita. È un'Italia confusa quella del 1976, e il suo calcio ne è lo specchio più fedele. Da più parti, dopo l'eliminazione della nazionale italiana al primo turno dei mondiali sudafricani del 2010, si è fatto riferimento alle macerie del mondiale di Germania Ovest del 1974 per costruire un parallelo storico. Anche allora una nazionale reduce da un precedente mondiale d’alto livello (secondo posto a Messico 1970), ma giunta bolsa e lacerata al nuovo appuntamento era stata cacciata fuori al primo turno scatenando una profonda crisi d'identità del nostro calcio, e dando il via a una faticosa ricostruzione. Una ricostruzione che invero allora riuscì, mentre ai giorni nostri ha dato vita alla seconda disfatta consecutiva maturata a Brasile 2014 dopo l'illusorio intermezzo degli Europei 2012; ma questo è un inciso che ci porta fuori strada. Bisogna rimanere a quel tempo e a quel mercoledì di novembre 1976. Il giorno in cui il calcio italiano inizia sul serio la sua riscossa, senza che il popolo tifoso possa assistere in diretta televisiva al passaggio cruciale.

Dunque, alle 14.30 le due squadre scendono in campo nel vecchio stadio Olimpico. La nazionale italiana indossa una maglia azzurra dalla tonalità quasi cupa. Bellissima, come non la rivederete più a causa dei tic da stilisti che nel corso degli anni hanno reso quell'azzurro sempre più annacquato e svirilito. Fra tutti quegli azzurri il portiere veste di grigio. È Dino Zoff, e quel colore l'avrebbe accompagnato fino alla conclusione della carriera in nazionale. In quei giorni il grigio era un'anomalia, perché si era nell'epoca in cui i portieri vestivano di nero. Poche erano le eccezioni in Italia, e fra esse Luciano "Giaguaro" Castellini del Torino. Il cui dualismo con Zoff (ne era il secondo in nazionale) è un pezzo di una rivalità stracittadina che in quella stagione toccò il punto più alto della storia. Era soltanto novembre, ma già Juventus e Torino stavano ammazzando il campionato dando vita al più esaltante duello che la storia della serie A ricordi. Due cannibali. La Juventus guidata da Giovanni Trapattoni, alla prima stagione sulla panchina bianconera, avrebbe vinto la corsa collezionando 51 punti su 60. Il Toro guidato da Gigi Radice, campione in carica, ne collezionò soltanto uno in meno. La terza classificata, la Fiorentina allenata da Carlo Mazzone, ne totalizzò 35. Cioè 15 meno della seconda e 16 meno della prima. E leggendo questi dati oggi, al tempo dei campionati a 20 squadre e delle vittorie da 3 punti, non si ha misura di quanto abissale sia stata la distanza fra le due leader e il resto delle squadre d'un campionato a 16 squadre in cui venivano assegnati due punti per ogni vittoria.

In quella nazionale guidata dalla coppia Bernardini-Bearzot il dualismo tra Juve e Toro viene messo da parte. C'è da portare avanti la riscossa del calcio nazionale, devastato dai mondiali precedenti e costretto a affrontare il precedente biennio di qualificazione alla fase finale degli Europei 1976 come una fase di transizione. Del resto, in un girone proibitivo che comprendeva l'Olanda e la Polonia, cioè la seconda e la terza ai mondiali del 1974, non molto di più si poteva fare. Sicché, un po’ per scelta e un po’ per costrizione, il biennio 1974-75 era stato impiegato a ricostruire e sperimentare. Ma adesso non si può sbagliare la missione. L’assenza dai mondiali argentini sarebbe un disastro per il calcio italiano. Le due gare contro l’Inghilterra saranno decisive, soprattutto perché il girone mette in palio un solo posto. Quello argentino è infatti l’ultimo mondiale a 16 squadre, e i gironi eliminatori sono già spareggi che possono lasciare fuori dalla fase finale di un mondiale nazionali d’alto livello come Portogallo, Urss, Jugoslavia, Belgio. E una fra Italia e Inghilterra. Fra l’altro, il doppio confronto si prospetta ancora più drammatico dagli inglesi, che hanno già saltato il mondiale 1974 in favore della sorprendente Polonia. Per coloro che a dispetto dell’evidenza continuano a sentirsi i Maestri del Calcio, una seconda eliminazione consecutiva significherebbe un ridimensionamento definitivo.

Quando le squadre scendono in campo i precedenti fra le due nazionali trasmettono uno stato d’inferiority complex agli azzurri. Che hanno dovuto aspettare quasi mezzo secolo per riuscire a battere gli inglesi, ma poi nel 1973 sono riusciti a sconfiggerli due volte consecutive: prima in giugno, 2-0 a Torino, e poi a novembre quando con un gol di Fabio Capello ha permesso di violare Wembley. Ma le buone sensazioni date da quei due precedenti sono state nel frattempo azzerate dalla gara disputata pochi mesi prima, maggio 1976, in occasione del Bicentenario dell’Independenza USA. Un’altra gara trasmessa soltanto in differita perché giocata quando in Italia è l’una di notte. E se a qull’epoca ci si preoccupa dell’attività degli impiegati pubblici durante l’orario d’ufficio, figurarsi se non ci si prende cura del sonno degli italiani mettendolo al riparo da distrazioni. Quella partita si gioca a New York su un campo improponibile: quello dello Yankee Stadium, disegnato a diamante per il baseball e a malapena adattato per una partita di calcio. Chi volesse può verificare su You Tube le ampie porzioni di terreno prive d’erba su cui azzurri e bianchi provano a giocare come fosse una cosa normale. Fanno i pionieri su un terreno che giusto da quest’anno verrà ufficialmente adattato al calcio per ospitare le gare dei New York City, nuova franchigia della Major League Soccer controllata dai New York Yankees (baseball) e dal Manchester City? Strane promiscuità quelle cui dà vita lo sport globale dei nostri giorni, vero? Meglio tornare al calcio di allora. La partita di calcio giocata su un campo da baseball vede gli azzurri andare al riposo in vantaggio 2-0 grazie a una doppietta di Ciccio Graziani. Ma nella ripresa il punteggio è ribaltato nel giro di soli 8 minuti: Channon al 46’, Thompson al 48’ e ancora Channon al 53’. Un trauma, per una nazionale azzurra in cerca di sicurezze. E quando le squadre scendono in campo quel mercoledì pomeriggio di novembre 1976 l’autostima degli azzurri è minata da un ulteriore episodio. La precedente gara del girone di qualificazione è stata vinta 4-1 a Lussemburgo, ma più che festeggiare la larga vittoria la critica italiana stigmatizza il gol messo a segno da Nico Braun, centravanti della nazionale del Granducato. La prima rete subìta dalla nostra nazionale nella storia dei confronti coi modesti lussemburghesi. Percepita come un’onta. E pensate a quanto sono cambiati i tempi. A giugno dell’anno scorso, in occasione dell’ultima amichevole premondiale degli azzurri, Lussemburgo è venuto a strappare un pareggio 1-1 a Perugia. Risultato criticato ma senza particolari isterismi. Se Lussemburgo avesse pareggiato una partita in Italia nel 1976, Bernardini e Bearzot avrebbero dovuto chiedere asilo politico in Svizzera.

Comunque sia, al momento della palla al centro tutto viene messo da parte. Prevale la sensazione d’essere lì a giocarsi un appuntamento con la storia. Una sensazione talmente radicata da essere rappresentata ne Il secondo tragico Fantozzi, mandato nelle sale cinematografiche giusto quell’anno, e in cui viene rappresentata la lunga sequenza in cui Fantozzi è costretto a rinunciare alla visione di Italia-Inghilterra per assistere all’ennesima proiezione della Corazzata Kotemkin (deliberata storpiatura di Potemkin) voluta dal megadirettore cinefilo. Lì c’è il famoso passaggio in cui il ragionier Ugo sfonda con un pugno la finestra di un pianterreno per chiedere: “Scusi, chi ha fatto palo?”. Tutta quell’attesa viene ripagata.

L’Italia corre, gioca, soffre, e infine vince con un gol per tempo. Nel primo segna grazie a un calcio di punizione di Giancarlo Antognoni deviato da Kevin Keegan in barriera. Sono tempi in cui il gol viene assegnato all’ultimo giocatore che tocca il pallone, dunque molte fonti riportano giustamente la marcatura come autogol di Keegan. E nella ripresa ecco uno dei gol più belli nella storia della nazionale. Romeo Benetti, mediano da battaglia, s’inventa uno spunto da rifinitore. Chiede l’uno-due a Franco Causio, e il Barone gli restituisce palla di tacco. Benetti s’invola a sinistra e giunto sul fondo rimette palla indietro sul primo palo, dove Roberto Bettega colpisce di testa in tuffo e coglie Clemence in controtempo. Due a zero, e l’Olimpico è un tripudio di bandiere tricolori. Finisce così, e il paese potrà vedere il tutto soltanto due ore dopo la fine della partita. Quando si giocherà il ritorno un anno più tardi, novembre 1977, la gara verrà trasmessa in diretta e a colori. Ma a Wembley si soleva giocare di sera, dunque non erano necessari provvedimenti politici sulla teletrasmissione e a tutela di chissà che. L’Inghilterra restituirà il 2-0 agli azzurri, che giocheranno una partita indecorosa. Ma la qualificazione è già in tasca: a causa del basso score registrato dagli inglesi nelle gare contro Lussemburgo, all’Italia basterà vincere 1-0 la successiva gara casalinga contro i lussemburghesi. La vincerà 3-0. Inutile dannarsi a Londra, contro una nazionale che nel frattempo ha cambiato CT passando sotto la guida di Ron Greenwood. Sta iniziando l’epoca d’oro di Enzo Bearzot. E ormai nessuno ricorda più di quel pomeriggio in cui al popolo azzurro è stata negata la diretta televisiva della partita storica.

Pippo Russo

@pippoevai

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