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Poi ha cominciato anche a piovere. Il Mazzarri interista in versione meteorologo, ricordate? Il re degli alibi, delle giustificazioni, delle scuse accampate al pronti-via. Quello che con il dito indice indica l’orologio all’arbitro, quello che per giustificare una sconfitta disse che «I miei ragazzi hanno giocato cinque partite in due giorni», perché alla fine succede questo: si esagera, senza pudore e fa persino tenerezza rimettere in fila certe frasi. Quella volta che «C’era un caldo che anche se veniva dalla Russia faceva freddo», e quell’altra che «Noi abbiamo fatto cento tiri». Tu chiamale se vuoi: esternazioni.

Amore mai sbocciato, quello tra l’allenatore livornese e l’Inter. Aveva sempre un alibi a portata di conferenza: «Siamo la maglia nera dei rigori assegnati». Certo, così fan tutti. Ma il Mazzarri interista in questo senso diede il meglio di sè. Le sconfitte erano sempre addebitabili a qualche fattore che non si poteva controllare. Gli altri, l’arbitro, la sfortuna, il meteo, il destino cinico e baro che ora - si va verso Torino-Inter - tornano a galla a ricordare la sua esperienza nerazzurra.

Ricapitolando: Mazzarri va a sedersi sulla panchina dell’Inter nell’estate del 2013. Arriva quinto, a 60 punti, vale l’Europa League (l’Inter veniva da un 9° posto). Chiude a 42 punti dalla Juventus di Conte, a 25 dalla Roma, a 18 dal Napoli, a 5 dalla Fiorentina. In Coppa Italia esce agli ottavi. Un mezzo fallimento. In campionato ne vince 15, ne pareggia altrettante, ne perde 8. Ha una media punti di 1,58, la peggiore dopo il suo ottimo quadriennio a Napoli.

L’anno successivo viene esonerato dopo 11 giornate e 3 sconfitte. Fatale un 2-2 a San Siro col Verona, che coglie il pari all’ultimo giro di lancette. E’ L’Inter di Nagatomo e Dodò, Vidic e Ranocchia, in mezzo ci sono Medel e Kuzmanovic, davanti Icardi e Palacio. E’ una squadra poco più che mediocre, ma Mazzarri non riesce nell’impresa di alzarne lo spessore. E ci mette del suo con qualche scelta sbagliata. E alla fine Thohir - che si consulta con Moratti - decide di cacciarlo. E’ il primo esonero nella carriera di Walter, quello che brucia di più (anche se poi arriverà l’esonero inglese col Watford). A sua parziale discolpa va detto che dopo la sua gestione l’Inter del primo mancini (subentrato) arriva 8ª, poi 4ª (ancora il Mancio), 7ª nella sciagurata annata di De Boer, Vecchi e Pioli (ma con 62 punti, due in più di Mazzarri); 4ª il primo anno con Spalletti (approdo in Champions). 

Nel percorso professionale di Mazzarri l’Inter rimane il rammarico più grande, il salto di qualità mancato e pure la sconfitta più cocente. Forse non era pronto. Forse ci sono matrimoni che non si possono fare. Mazzarri ha fatto grandi cose con squadre piccole (il Livorno in A, con la Reggina una salvezza epocale), medie (Sampdoria) e ha avuto il merito di accompagnare il Napoli in un percorso di crescita (c’è la sua forma sulla riconquista della Champions): ma chiamato ad allenare una grande (l’Inter), non ha saputo dimostrarsi all’altezza. Troppa ansia, troppa tensione, troppo rigido nella scelta del 3-5-2, forse un complesso di inferiorità che l’ha fatto fallire, mentre - appunto - cominciava a piovere.