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    Povera Milano, cancellata dal calcio

    Povera Milano, cancellata dal calcio

    Il calcio italiano? La Juve e il Centro-Sud. Milano? Cancellata, annientata, polverizzata. Anche quest’anno - a meno di miracoli - nessun club dell’ex capitale morale ed economica del nostro povero Paese arriverà sul podio. Verosimilmente, dietro ai bianconeri, ci saranno Napoli e Roma. Dodici mesi fa era andata in modo diverso, ma solo in parte: Juve, Roma, Lazio. E due stagioni or sono, anno di grazia 2014, lievi oscillazioni alle spalle dei padroni del campionato: Juve, Roma, Napoli. Per trovare una milanese tra le prime tre bisogna tornare al 2013 (Milan terzo dietro a Juve e Napoli) e al 2012 (Milan secondo dietro la Juve e davanti all’Udinese). Due squadre, due piazzamenti sul podio in cinque anni, zero nelle ultime tre stagioni. Non è un caso.
     
    Milano, alla faccia dell’Expo, ha perso competitività da quando Berlusconi e Moratti hanno esaurito la voglia, e anche le risorse, per investire nel calcio. La storia dice che questo ciclicamente capitava pure in passato: un imprenditore tirava i remi in barca, per scelta o per necessità, e dopo un breve o brevissimo periodo di difficoltà ne arrivava un altro pronto a ripartire, a ricostruire. Accadde al Milan negli anni Ottanta: Felice Colombo dopo lo scudetto della stella cedette a Giussy Farina, finché non arrivò Berlusconi a rilanciare il club rossonero in pompa magna. Capitò all’Inter dopo l’epopea di Angelo Moratti: prima Fraizzoli, quindi Pellegrini, infine ancora un Moratti (stavolta Massimo) tennero la società nerazzurra sempre al vertice, fino all’epica tripletta del 2010.
     
    Ora è diverso: come sostiene Mario Sconcerti, Milano si è impoverita e adesso non è in grado di esprimere un imprenditore in grado di raccogliere l’eredità di Berlusconi e/o Moratti. Così succede che il Milan aspetti da mesi l’arrivo di soldi dall’Oriente, promessi e mai visti, e che l’Inter sia finita in mani indonesiane che però già sembra se ne vogliano disfare, a vantaggio di capitali cinesi. E’ la globalizzazione, bellezza. Sarà, ma ancora a Milano non hanno avuto un beneficio, e forse nemmeno un euro. Gli sceicchi, insomma, si sono fermati tra Manchester e Parigi. E Milano affonda.
     
    Parallelamente al crollo di Milano, riemergono i club del Centro-Sud. Possono diventare un modello? Il Napoli lo è già: al di là di certe bizzarrie del suo estroso presidente, il club azzurro riesce a conciliare risultati economici e sportivi, tutto grazie a una straordinaria capacità imprenditoriale e a un’eccellente organizzazione finanziaria e calcistica. Sa individuare campioni e valorizzarli, non teme di venderli di fronte a offerte monstre, reinveste quanto incassato per diventare ancora più forte: un percorso virtuoso come pochi altri. La Roma per il momento non è altrettanto efficace, la proprietà americana cade spesso in contraddizioni ed errori, ma la squadra è sempre al vertice benché mai vincente. Un po’ diverso il discorso della Lazio, troppo legata a un presidente-padrone che pensa di avere inventato non il calcio, ma il mondo: a volte ci azzecca, altre no, di sicuro le ambizioni sono limitate.
     
    Di straordinariamente curioso, in tutto questo, c’è che il modello calcio in Italia oggi non vive più al Nord, ma al Sud, e che l’eccezione è rappresentata proprio dalla Juventus, unica società settentrionale in grado di mettersi alle spalle le meridionali. E’ un mondo ribaltato.

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    Stefano Agresti
    @steagresti
     

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