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accontano di musi lunghi e di occhiatacce: il modo peggiore per arrivare agli Europei. Venerdì sera, nello spogliatoio del Letzigrund, l’Italia di Prandelli si è guardata allo specchio e si è scoperta più fragile. «I ragazzi sono affranti», ha ammesso il ct. E, come lui, preoccupati. La sconfitta di novembre contro l’Uruguay fu giudicata un incidente di percorso. Quella di febbraio con gli Stati Uniti la solita distrazione di una Nazionale che non dà peso alle amichevoli. A una settimana dall’esordio contro la Spagna, la batosta subita dalla Russia fa pensare che i due insuccessi fossero i segnali di un pericolo sottovalutato ed esploso nell’imminenza dell’Europeo: c’è una squadra che crebbe finché poté ritrovarsi spesso, con un paio di partite al mese, e che è implosa nel lungo periodo di inattività.

L’Italia di Zurigo ha navigato a vista. Bastano 7 giorni a riprogrammare la strumentazione? Prandelli ha rimproverato agli azzurri la mancanza di compattezza. «Abbiamo concentrato tutto il peggio in una partita. Abbiamo giocato come se fossimo tagliati in tre pezzi e ciascuno procedesse per conto suo», ha detto il ct guardando negli occhi i giocatori. È stato l’unico rimprovero. Il resto si è avuto ieri mattina a Coverciano prima di lasciare i giocatori in libertà e Balotelli in Ferrari. Il confronto vero ci sarà domani pomeriggio alla ripresa, quando Prandelli metterà in pratica i correttivi che ha annunciato. «A noi non ha detto che vuole virare sulla difesa a tre», confidano i giocatori. A noi invece sì. «Sono obbligato a provare qualcosa di diverso». Prenderà il blocco bianconero, incluso Chiellini, e vedrà se offrirà le stesse garanzie dell’ultimo periodo con Conte.
«Non fate paragoni - ha anticipato Marchisio -. Qui non ci sono solo juventini». È il famoso «contesto». Marchisio in parte ha ragione. E un minisondaggio indica che non è l’unico a credere che non basta trasportare lo stesso pezzo in un motore diverso per farlo funzionare senza il rodaggio. Prandelli può contare su Maggio che nel Napoli è abituato a quel modulo in cui può occuparsi di spingere l’azione più che di frenare quella degli avversari, un’opzione che mette i brividi per come l’ha svolta contro i russi. Ma chi sta a sinistra? Il ruolo è scoperto. Balzaretti senza i guai di Criscito sarebbe tornato a casa. Nella Juve il compito è di De Ceglie che non è qui. Adattarvi Giaccherini è una soluzione arrangiata, anche se è forse l’unica. Con il senno di prima si poteva portare Pepe, tenuto alla fonda.

Un bel rebus. Cui si somma la composizione del centrocampo. Pirlo e Marchisio sono abituati ma De Rossi si sa calare in un modulo assai diverso da quello della Roma senza perdere le proprie prerogative? Bisognerebbe provare ma non c’è più l’occasione. L’aspetto più positivo è che col nuovo assetto dovrebbe saltare Montolivo, un centrocampista che continuiamo a non capire perché entusiasmi i ct: a 20 anni lo si indicava come un potenziale fenomeno, pensando a quanto potesse migliorare in prospettiva. Sette anni dopo è ancora quello là, né carne né pesce.

C’è poi l’avarizia dell’attacco. Balotelli almeno ci prova, Cassano non tira mai se non quando lo liberano a due passi dalla porta. Le punte «che giocano per la squadra» sono diventate un «must» inspiegabile del calcio italiano moderno. Ridateci un bel centravanti che la metta in porta anche con i glutei, sapendo come ci si muove in area. Un Gerd Müller, un Trezeguet, un Ian Rush, un Paolo Rossi. Non esiste? D’accordo. Allora bisogna che «le punte che giocano per la squadra» lo facciano davvero e non restino appese in attacco senza fare pressing come è successo al duo «Casbal» l’altra sera. Prandelli ha il diritto e il dovere di cambiare per rimettere le toppe alla barca che se navigasse come a Zurigo, città di lago e non di mare come Danzica, si schianterebbe contro lo scoglio spagnolo. È giusto dargli fiducia. Lo è altrettanto chiedersi perché tutto ciò si possa creare in 7 giorni. A meno di non avere una considerazione altissima di chi ci prova.