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Tre giorni praticamente consecutivi di celebrazioni sacre e anche no consumati tra dolenti cortei, attimi di riflessione, applausi e canzoni. Soltanto le esequie del corpo mummificato di Evita Peron avevano provocato, in Argentina, una simile mobilitazione popolare e delle stesse istituzioni. In un modo così corale, sospesi sul confine che separa il sacro dal profano, Raffaella Carrà ha ricevuto l’estremo saluto da parte della gente che tanto l’ha amata. Il sospetto che un simile atteggiamento sconfinante nell’idolatria pagana non sarebbe piaciuto alla ”donna di tutti gli italiani” è da mettere in serio conto.

Per la persona che è stata, per la donna che era, per il modo in cui intendeva la vita, per il suo comportamento e per la stessa gestione della meritatissima popolarità di artista Raffella Carrà mai e poi mai avrebbe gradito un momento così rumoroso, sovraesposto e urlato. Le sarebbe bastato un inchino, un pensiero delicato lanciato verso le nuvole in cielo, un sorriso, un bacio da distante, una brevissima frase “Grazie di tutto, Raffaella, e continua a trasmettere felicità da lassù”. Lei sarebbe stata molto più felice così.
Siamo decisamente un popolo poco incline verso l’arte delle mezze misure e del rispetto che ciascuno di noi merita prima, durante e dopo.
L’esagerazione e l’ossessione per la spettacolarizzazione fa parte del nostro Dna che, però, in certe situazioni andrebbe disciplinato e domato. Invece, anche quando non sarebbe proprio il caso, trasferiamo il nostro “ego” vocato all’esagerazione mortificando l’altrui sensibilità e la volontà del singolo. Raffaella, nella sua discrezione e nel suo mai mettersi al centro del mondo, era l’esatto contrario di ciò che ha ricevuto suo malgrado nei tre giorni dell’addio. Lei che aveva scelto il silenzio per volare via. Scusaci Raffa.