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Re di due città, idolo di due squadre. Privilegio di pochi, tra questi: Gabriel Omar Batistuta, di qua Batigol e di là Re Leone. Mescolando la centrifuga dei ricordi di Roma-Fiorentina, emerge prepotente la sua figura. La chioma al vento, il contorno del condottiero, il piede - quello destro - armato come pochi altri sapevano fare al mondo, nel pianeta-pallone che dagli anni 90  scavalla nel Duemila. Per cinque-sei anni Batistuta ha fatto parte dell’élite dei centravanti più forti al mondo. E quella era l’epoca di Weah e Romario, la stagione in cui sbocciava Ronaldo il Fenomeno e in Italia Bobo Vieri segnava gol in catena di montaggio.

Bati arrivò a Firenze nel 1991, aveva 22 anni, andò a vivere nella casa di Roberto Baggio. Gli inizi furono tormentati, poi si sbloccò. Alla Fiorentina segnò 168 gol in nove anni (1991-2000), ma oltre ai gol seppe riassumere su di sé l’orgoglio viola, riuscì a diventare bandiera, lui che era nato dall’altra parte del mondo. Il ragazzo che in Argentina chiamavano “El Gordo”, per via che era un po’ grassoccio, a Firenze divenne qualcosa di simile a una divinità.

In viola vinse una Coppa Italia e una Supercoppa (entrambi i trofei nel 1996) e a livello personale il titolo di capocannoniere del campionato con 26 reti (1995), ma cominciò a frequentare davvero la leggenda quando scese in Serie B con la squadra e contribuì all’immediata risalita in A. Era la Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori che cercava di dare fastidio alle grandi, ma nonostante la grandezza di Bati non andò mai oltre il terzo posto, massimo risultato raggiunto nel 1998-99, annata con Trapattoni in panchina ed Edmundo a fare la spola tra Firenze e il Carnevale di Rio de Janeiro. Dopo decine e decine di perle seminate negli anni e gol iconici - quello del 10 aprile 1997 al Camp Nou di Barcellona in Barcellona-Fiorentina 1-1 con la celebre esultanza a zittire tutti e quello del 27 ottobre 1999 a Wembley in Arsenal-Fiorentina 0-1 sedicesimi di Champions - il suo addio tante volte rimandato si concretizzò nell’estate del 2000, quando - dopo i tentativi andati a vuoto di Inter e Lazio - Franco Sensi volle aggiungere ad una Roma già competitiva il miglior 9 della Serie A.
Tre anni di contratto, 70 miliardi di lire al club viola per un affare complessivo da 106 miliardi: all’epoca Batistuta era il giocatore più pagato d’Italia. 12 miliardi a stagione, con Vieri e Del Piero sul podio, ma fermi, si fa per dire, a 10 miliardi. Capello gongolò, Totti accolse la notizia con sollievo: lui, Bati e Montella formarono uno dei tridenti offensivi più spettacolari di quel decennio che stava per cominciare. La Roma era pronta per vincere lo scudetto, Batistuta ne avrebbe certificato la superiorità. Andò esattamente così: nella sua prima stagione con i giallorosso, il “Re Leone”, già trentunenne, segnò 20 gol in 28 partite, miglior marcatore di una squadra che tornava a vincere lo scudetto a diciotto anni di distanza dall’ultima impresa, quella del 1982-83, con Nils Liedholm in panchina e Falcao a dirigere l’orchestra in mezzo al campo.

Alcuni dei suoi gol sono rimasti impressi a ferro e fuoco nella memoria collettiva. Quello alla Fiorentina, a sette minuti dalla fine, con una botta da fuori area, il 26 novembre 2000. Non esultò, i compagni lo sommersero di abbracci e lo tolsero dall’imbarazzo. La doppietta nella storica rimonta al Tardini in Parma-Roma 1-2  del 4 febbraio 2001. E ancora il gol nella partita-scudetto Roma-Parma 3-1 del 17 giugno 2001. Quell’anno Bati - accompagnato all’epoca da Irina, con cui ha avuto quattro figli: Thiago, Lucas, Shamel e Joaquin - aveva Roma, letteralmente, ai suoi piedi. L’intera città lo adorava. Duecentotrenta chilometri più a Nord, invece, Firenze già lo rimpiangeva.