Dice Di Francesco, sulle parole di Strootman: “Spesso a Roma ci perdiamo in chiacchiere, dobbiamo fare i fatti. Io e i giocatori per primi, dobbiamo concentrarci sugli obiettivi, campionato e Champions, pensiamo a questo e basta. Certe cose devono interessarci meno”. Sacrosanto.

Cosa aveva detto l'olandese, certo non uno avvezzo a dichiarazioni forti o polemiche? Ecco qui: “Voglio arrivare in Champions League, va bene anche il quarto posto, peccato però non essere rimasti in scia di Napoli e Juventus. Sono più forti di noi, questo è sicuro, purtroppo non siamo competitivi per lottare con loro. Per la Roma è difficile, non è un club che compra solo, anzi ogni tanto deve vendere il suo migliore come è successo negli ultimi anni. Per Napoli e Juventus è diverso, non devono vendere per forza. Noi abbiamo fatto questo, abbiamo perso Salah, Rüdiger, Pjanic, Benatia, Paredes...”. Un'uscita che il club non deve aver gradito molto. A meno che non sia in atto la nouvelle vague della comunicazione a Trigoria dove, forse, hanno finalmente capito che a dichiarazioni trionfalistiche e proclami acrobatici - in particolare, negli anni passati, sparati lì in inglese - se proprio non devono corrispondere i fatti, perlomeno ci si deve avvicinare alla realtà.

Probabilmente, la quasi cessione di Dzeko o Nainggolan a gennaio ha convinto la Roma a svoltare verso la nuda verità: meglio raccontarsi per come si è attraverso priorità e necessità che stare li a fare voli da Peter Pan. Come è capitato spesso a un entusiasta James Pallotta, a più riprese in cabrata ben oltre il confine del nostro pallone.

Sentite qui: “L’obiettivo quando si parte in ogni stagione è sempre lo stesso: vincere lo scudetto, e perché no anche la Champions League, che considero un traguardo alla nostra portata...Gli obiettivi non sono diversi dal passato. Anche lo scorso anno volevamo vincere il campionato, ma la Juventus ha fatto una stagione straordinaria... L’obiettivo comunque quando si parte è sempre lo stesso: vincere. Penso all’esempio dell’Atletico Madrid. Dobbiamo essere una squadra di vertice, sia Italia sia in Europa”.

Era il 29 luglio del 2014 e quel giorno Pallotta aggiungeva: “Benatia? Non è mai stato messo sul mercato. E’ un nostro calciatore, importante per la squadra anche per la prossima stagione”. Quello che è successo dopo è noto e, se la Roma ha deciso di smetterla con i facili proclami, dichiarando con sincerità i propri limiti - non per questo privi di forti ambizioni - , sto dalla loro parte incondizionatamente. In fondo, qui a Roma, si è sognato anche quando ci si salvava all'ultima giornata, si viveva per un derby o un terzo posto firmato Liedholm e Pierino Prati, o per un trionfo in Coppa Italia da vivere come se fosse la finale di Champions. Non c'è bisogno di dichiararsi transatlantico quando si è uno yacht, lussuoso quanto si vuole, ma pur sempre yacht.

Sulle “troppe chiacchiere” cui fa riferimento Di Francesco, beh, per una volta mi metto di traverso. Parla lui? Il primo a dire che la Roma non è da scudetto? Il primo a dire che prima c'è bisogno di sistemare i conti e poi si potrà fare un progetto tipo quello del Napoli? Il primo a raccontare che forse durante le vacanze di Natale non tutto è andato come doveva? Riferendosi chiaramente ai giocatori. Non sono chiacchiere che accendono polemiche queste? Ripeto: se la Roma ha dato una svolta alla sua comunicazione, raccontandosi finalmente con sobrietà, io sono il primo a sostenerla. Ma se invece siamo di fronte a libertà di pensiero di questo o quel tesserato giallorosso, beh, Di Francesco dovrebbe essere il primo ad evitarle, le troppe chiacchiere.

Finalino su Strootman. Se uno come lui è arrivato a dichiarare che terzo o quarto posto è più o meno la stessa cosa c'è da preoccuparsi sulla mentalità della squadra, probabilmente ferita dalle tante, troppe cessioni. Al punto che l'olandese è arrivato a dire: “La clausola da 45 milioni? Nel calcio non si sa mai, forse la Roma preferirebbe i soldi alla mia permanenza, oppure un altro giocatore: non si può sapere”: In sintesi: perenne incertezza. Non la miglior alleata di chi dovrebbe provare a vincere.