Erano dieci anni che la Roma (1-0 allo Shakhtar) non si qualificava ai quarti di finale di Champions League. Erano undici anni che l’Italia non portava così avanti due squadre. Mancano due partite alla conclusione degli ottavi e se il Barcellona eliminerà il Chelsea avremmo uguagliato le inglesi che, dalla fase a gironi, ne avevano promosse cinque: Manchester City, Liverpool, Tottenham, Manchester United e Chelsea.

Contribuisce all’impresa anche un altro italiano, Vincenzo Montella, che con il suo Siviglia elimina a domicilio Josè Mourinho (1-2) a dimostrazione che, nonostante l’esclusione dal Mondiale di Russia, provocata prima di tutto dall’inadeguatezza di Gian Piero Ventura, il calcio italiano non è esattamente morto.

Ora molto dipende dal sorteggio. Detto subito che, se passerà, il Barcellona guida il gruppo delle migliori, comprendente Real Madrid, Manchester City e Bayern Monaco (virtualmente qualificato), le italiane possono sperare proprio nel Siviglia (Mourinho si deve mangiare le mani per avere sprecato un’occasione d’oro) o nel Liverpool. Naturalmente non è escluso nemmeno il cosiddetto scontro fratricida che porterebbe una squadra della nostra nazione dritta in semifinale.

In tutta onestà credo - e l’ho già detto - che la Champions sia fuori portata tanto per la Juve quanto per la Roma. Tuttavia, avendo visto, nella mia lunga carriera, trionfare la Stella Rossa ai calci di rigore e il Chelsea ultradinfensivo di Di Matteo avere la meglio sul Bayern dei fenomeni, lascio aperta la porta a qualsiasi sorpresa.

Non lo è stato il successo della Roma sullo Shakhtar. La squadra di Di Francesco, battuta in Ucraina (2-1) dopo un primo tempo di dominio, ha colpito con Dzeko (51’) nel momento in cui gli avversari sembravano in controllo della partita. In realtà lo Shakhtar ha una linea difensiva molto fragile, soprattutto nei due centrali - Ordets e Rakitskiy - che quasi mai sono dislocati come dovrebbero.

Il gol della Roma è stato, in questo senso, un esempio lampante e didattico. Il lancio di Strootman è preciso e profondo. Ma la marcatura preventiva, se ci fosse stata, avrebbe impedito a Dzeko di essere raggiunto dal passaggio. Il bosniaco, invece, non solo è riuscito ad arrivare primo sulla palla, ma ha nettamente sorpreso la linea difenisva avversaria, statica perché incapace di capire se sul suggerimento dell’olandese si dovesse avanzare (provocando, quindi, il fuorigioco) o scappare all’indietro (togliendo così la profondità a chi attacca). A me è sembrato che Strootman abbia giocato una palla “scoperta”, cioé non contrastata, dunque sarebbe stata doverosa la seconda opzione. Tutto ciò non è avvenuto e Dzeko è andato incontrastato verso la porta, anticipando Pyatov con un tocco in mezzo alle gambe.

A quel punto, la partita non è cambiata, ma si è proprio chiusa. La Roma, infatti, un po’ troppo timida per l’intero primo tempo, si è scrollata di dosso il peso del gol e ne ha sfiorati altri due. Uno con Perotti (54’, tiro centrale), l’altro con Dzeko (67’ tiro alto), assistito in contropiede dallo stesso Perotti.
Lo Shakhtar, che prima faceva possesso palla per far trascorrere il tempo, ha provato ad agire più in profondità, soprattutto a sinistra (la destra della difesa della Roma) dove Under (poi sostituito da Gerson) e Florenzi (ammonito) faticavano a contenere gli avversari, sempre bravi nel sovrapporsi e lavorare con triangoli stretti. Ma la Roma era disposta benissimo: stretta, corta, compatta. Non sarebbe passato uno spillo.

In tutto questo un’altra mezza occasione l’ha avuta la Roma (Gerson, tiro ribattuto, su assist di Kolarov). Poi c’è stata l’espulsione di Ordets (trattenuta su Dzeko lanciato a rete) e i giallorossi hanno moltiplicato le energie e la convinzione.

Eppure, nonostante la superiorità numerica, il popolo romanista ha trepidato fino alla fine. La paura era la beffa all’ultimo istante, su una palla sporca o deviata. Ma non c’è stato nulla e anche la Roma può legittimamente festeggiare per essere tra le migliori otto d’Europa.