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Il primo è stato Gianni Rivera, grande capitano del Milan, due volte campione d’Europa e primo Pallone d’Oro italiano, mezzo secolo fa. Subito dopo aver annunciato l’addio al calcio, al ritorno da una tournée in Argentina nel 1979, Rivera fu nominato vicepresidente rossonero. Un incarico tanto prestigioso quanto clamoroso ai quei tempi, assegnatogli dal presidente Felice Colombo. Rivera, però, non aveva un ruolo operativo e non decideva, al massimo ascoltava e avallava le operazioni di Colombo, ma siccome era amato dai tifosi firmava autografi, quando non c’erano ancora i “selfie”, nei vari club dei tifosi. Anche lui, però, sia pure senza colpe specifiche, faceva parte di quel consiglio di amministrazione del Milan coinvolto, più o meno direttamente, nello scandalo per le scommesse e così, per evitare guai giudiziari, decise di entrare in politica, salvandosi grazie all’immunità parlamentare.

Da Rivera a Mazzola il passo è breve, perché anche il suo rivale interista quando ha lasciato il calcio è stato promosso dirigente, anche se non vicepresidente. Il presidente era Fraizzoli che si affidava al direttore sportivo Giancarlo Beltrami per scegliere gli acquisti. E Mazzola, che andava d’accordo con Beltrami, poteva almeno incidere un po’ più di Rivera, ma alla distanza nemmeno lui ha lasciato tracce importanti nella storia della sua squadra del cuore.

Oggi nell’Inter c’è Zanetti, altro grande capitano, con un ruolo ancora più importante di Mazzola, almeno sulla carta, perché è vicepresidente. Anche Zanetti, però, da Thohir a Zhang, è soltanto il classico uomo immagine che fa il pendolare sulla rotta Italia-Cina per diffondere il marchio Inter, visto che tutte le decisioni tecniche ed economiche spettano ad altri, da Marotta in giù.

L’ex amministratore delegato della Juventus non è mai stato capitano di una grande squadra, come Rivera e Mazzola, né ha vinto un Pallone d’Oro come Nedved, vicepresidente della Juventus. Ma anche il teorico braccio destro di Agnelli, come Rivera e Zanetti, appare sempre senza decidere mai, perché al massimo commenta le partite, limitandosi ad avallare, le scelte del presidente e di Paratici.

E poi c’è il Milan di oggi, con la new entry di Paolo Maldini, invocato per dieci anni da tutti, ma con compiti ancora difficili da decifrare dietro l’etichetta. Perché a livello finanziario comanda Gazidis, mentre a livello tecnico l’uomo di riferimento della proprietà è Leonardo, per cui Maldini sembra suo malgrado uno studente impegnato nel classico stage. Per non parlare di un altro grande capitano rossonero, Franco Baresi, presente in sede dai tempi di Berlusconi ma con il semplice ruolo di ambasciatore del Milan in giro per il mondo.

E così arriviamo al fresco, pubblico e legittimo, desiderio di Totti di non rimanere un’icona di sé stesso, perché vorrebbe contare di più nella sua Roma. Già, ma quale ruolo potrebbe avere? E soprattutto chi può garantire che Totti non rimarrà soltanto un grande giocatore che non è riuscito a diventare altrettanto grande come dirigente? Troppi precedenti, infatti, suggeriscono che è più facile avere successo in giacca e cravatta che con un pallone tra i piedi, come dimostrano gli esempi di Galliani e Marotta. Con una classica, e storica, eccezione che conferma la regola: Giampiero Boniperti. L’unico capace di vincere in campo e dietro una scrivania.