Ogni mattina, in Africa ma pure a Genova, un giornalista si sveglia e sa che dovrà correre più forte delle notizie sul futuro allenatore della Sampdoria, per non esserne divorato. Ogni mattina, a Genova e nel suo entroterra, un giornalista si sveglia e sa che nel frattempo saranno cambiate le percentuali su questo o quel tecnico. Ora forse il giornalista in questione inizia a vedere la luce in fondo al tunnel. Non tanto perché creda alle parole di Ferrero, o alla presunta scaramanzia sull’annuncio a luglio - se l’accordo con il nuovo allenatore il Doria lo avesse trovato, che so, il 10 giugno, non penso si sarebbe esposto alle legittime critiche e preoccupazioni di queste settimane - quanto piuttosto per una mera considerazione economica. Le indiscrezioni confermate da Parma, relative al contributo e alla buonuscita per Roberto D’Aversa, fanno intuire come sia stato soddisfatto l’unico, vero, grande requisito di questa caccia all’uomo, ossia il criterio del minor prezzo da spuntare. Altro che "Devo prendere un allenatore simile a Ranieri, di venti anni più piccolo e che faccia giocare i giovani"

Tempo fa avevo scritto che al futuro mister blucerchiato sarebbe andato il mio personale, gigantesco ‘in bocca al lupo’. Ne avrà un bisogno disperato. Lo confermo anche per D’Aversa. Il suo profilo è controverso ed in grado di spaccare l’opinione pubblica genovese, tra inviti alla calma e ad una commovente quanto immotivata cieca fiducia, alternate allo scoramento più assoluto. Proviamo a svolgere una riflessione pacifica, volete? Io, ad esempio, qualche perplessità la nutro. Lo dico subito, e mi tolgo il dente. La carriera di D’Aversa sino ad oggi non è stata proprio quella di un predestinato. Ripercorriamo in breve le puntate precedenti: un quattordicesimo posto in Serie B a Lanciano, un esonero l'anno dopo in cadetteria ancora in Abruzzo, poi la cavalcata Parma. Due secondi posti, in Lega Pro e in Serie B, contando però su formazioni di assoluto spessore per la categoria. In seguito ecco il biennio in A: ancora quattordicesima piazza all’esordio nella massima serie, seguita dalla bella avventura del 2019/2020, in un anno molto strano, falsato e interrotto dal Covid, chiuso comunque all'undicesimo posto.

L’ultimo campionato, invece, è stato disastroso. La storiografia del luogo comune tende ad assegnare gran parte delle colpe dell’andamento gialloblù a Liverani e alla prima parte di campionato, ma guardando i numeri ci si accorge di una realtà piuttosto differente. Le partite di Liverani sono state 16, con 12 punti complessivi frutto di due vittorie e 8 pareggi, mentre D’Aversa ha messo a referto 22 incontri, una sola vittoria e 5 pareggi. Totale, 8 punti in 22 gare. Il confronto in cifre è impietoso: l’attenuante della preparazione estiva affidata ad un altro allenatore ha come contraltare una sessione invernale di mercato in cui i crociati si sono mossi parecchio. Sono arrivati Conti dal Milan, Bani dal Genoa, Man per 15 milioni, Zirkzee dal Bayern Monaco e Pellé. Insomma, la dirigenza emiliana si è mossa tanto, seppur inutilmente. 

Intendiamoci, questa non è una crociata contro il papabile nuovo allenatore della Sampdoria. Spero faccia sfracelli, gli auguro di diventare un incrocio tra Klopp, Guardiola e Tuchel. Però, permettete qualche interrogativo a fronte di una sola stagione molto positiva nel calcio che conta. Oltretutto, l’annata dell’undicesimo posto è caratterizzata da 9 punti ottenuti nelle ultime 4 gare, a giochi già conclusi, con due successi rimediati ai danni di Lecce e Brescia già retrocesse, a cui va aggiunta  e la bella impresa al cospetto del Napoli. A favore di D’Aversa, invece, bisogna notare come per lungo tempo, nella parte centrale del torneo, abbia occupato stabilmente le posizioni tra la settima e la nona, salvo poi crollare in maniera verticale dalla 28° giornata in avanti. Giocatori valorizzati, per ora pochini: Kulusevski e Darmian nel 2019/2020, Bastoni l’anno prima, poca roba in B. Per una piazza come la Samp, e con le linee guida spiattellate ai quattro venti da Ferrero, è un limite non da poco. Spero si tratti più di un difetto legato alla composizione della squadra Parma, non proprio fucina di giovani talenti da tre anni a questa parte, piuttosto che di un punto debole del tecnico.
Come impostazione di gioco, invece? Basarsi sulle statistiche recenti e basta sarebbe ingeneroso e troppo condizionante. La media punti (0,36), le 26 reti segnate a fronte delle 52 subite, e tutto il corollario di numeri conseguenti dipinge un brutto quadro, inficiato per forza di cose dalla stagione ‘no’ del Parma. Analizzando con maggior respiro la sua carriera, salta subito all’occhio un dato evidente, ossia l’alto numero di reti incassate dalle sue squadre: partendo dalla stagione più recente alla meno fresca sono 52, 57 e 61 in Serie A. Totale, 170 in 98 occasioni, con una media di quasi 2 ogni 90 minuti (1,73). Il modulo preferito è il 4-3-3, ma non immaginatevi squadre arrembanti e una sorta di Zemanlandia: il Parma di D’Aversa ha segnato 1,2 gol ad incontro, 123 reti complessive a fronte dei consueti 98 gettoni di presenza.

Ecco, soppesando gli elementi elencati sopra, basati su numeri, dati e non supposizioni, nel mio personalissimo borsino prevale lo scetticismo per il tecnico in questione. Pessimismo che, mi auguro, possa essere spazzato via da un allenatore sorprendente e semplicemente bisognoso di lavorare già da luglio con i suoi giocatori. L’impressione che ho ricevuto, in sostanza, è che D’Aversa non fosse la miglior scelta possibile per la Samp, ma di certo la migliore possibile per le casse della Samp, e della sua proprietà. Forse l’unica, o quasi. Per tale motivo, anzi, a maggior ragione, merita tutti gli auguri del mondo. Faccia benone, mister, mi stupisca e mi sorprenda. Non può neppure immaginare quanto ne abbiamo bisogno.

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