Da telenovela a farsa è un attimo. Dal 21 maggio al 18 giugno passa quasi un mese, che per i ritmi del calcio è un’eternità. In Liguria invece il tempo si dilata, poi si accorcia e si restringe, e lo fa a suo piacere. L’unica costante è l’incertezza, programmatica e strutturale, in cui la società Sampdoria naviga a vista, ormai da un paio d’anni. Nonostante i tentativi da parte del MinCulPop genovese, entità astratta composta da benpensanti puristi impegnati, non si capisce perché, a far passare come perfettamente normale, accettabile o illuminata qualsiasi scelta societaria, anche la più inspiegabile, il malumore serpeggia e scorre. E ci credo, vorrei vedere il contrario. Ah, per piacere, risparmiateci la filastrocca “L’era Mantovani è durata soltanto dieci anni, tutto il resto è stato sofferenza”, perché vuota e priva di senso. Lo so, ad alcuni piace tanto riempirsi la bocca con queste locuzioni qualunquiste e sconnesse dalla realtà, dare lezioni di tifo o evitare in maniera aprioristica le critiche. Non qui.

Tolto qualche sporadico “C’è tempo, come ogni anno la squadra alla fine sarà dignitosa”, la stragrande maggioranza dei tifosi comunque vive la situazione di limbo sospeso proteggendosi con una sorta di disincatato sarcasmo. Celare il malumore dietro ad un sorriso amaro o una battuta è sempre stata una grande qualità dei liguri, residenti o acquisiti non fa differenza. Pazienza se l’improvvisazione regna sovrana, se i sondaggi per il possibile tecnico passano con naturalezza da esordienti ad ex campioni, ad esperti mestieranti, fino ad arrivare ad improbabili ritorni (Giampaolo, Iachini fino ad arrivare al capolavoro Ranieri). Dopo aver visto i nomi di Sarri e Allegri accostati nella stessa frase a ‘Sampdoria’, posso attendermi di tutto. Comunque sia, il modo per sdrammatizzare con una battuta amara lo si trova sempre. E’ la nostra miglior qualità, insieme al diffidare di chi non ci convince da subito.

Ma torniamo alla Samp. C’è una cosa che non sono mai riuscito a comprendere. E’ una dinamica particolare, riproposta di frequente in parecchie aziende con matematica precisione. Ad un certo punto il capo, dopo anni passati a delegare i compiti a figure più competenti e abili settorialmente, vuole decidere da solo. Forse inizia a sovrastimare le sue capacità, magari decide di risparmiare qualcosina, oppure vuole sentirsi più coinvolto in prima persona. Magari è un mix di tutte e tre queste componenti. Non lo so. Però succede a tutti, e nel calcio questa evoluzione si ripropone in maniera ancor più dirompente. Ecco, Ferrero, da neofita di imprese di un certo tipo e di un certo fatturato qual è, magari pure abbagliato dai lustrini pallonari, tale concetto lo ha proprio affermato esplicitamente. Non fosse il Viperetta, verrebbe da dire in maniera candida.  “Pago io, decido io” è il grido di morte di qualunque impresa. 
Arrivare ad essere l’unica squadra senza allenatore, senza preciso filo logico da seguire, senza una struttura programmatica in grado di determinare un profilo e un identikit su cui basarsi per individuare il futuro tecnico, è grave. Vivere di sondaggi, di richieste sulla base dell’unico criterio del minor prezzo, e sorprendersi pure quando chi si siede al tavolo con te avanza richieste alte, considerando anche i rischi di impresa connessi ad accettare una proposta della società blucerchiata, ben sapendo poi della tua impellente necessità di chiudere con un mister, è gravissimo. Alla faccia della ‘fila’ di dieci professionisti pronti a fare carte false per sposare il ‘progetto’ doriano. Però, c’è un aspetto peggiore, spesso sottovalutato. Parlo della poca chiarezza in seno al comparto dirigenziale blucerchiato. In un reparto occupato, sino a qualche stagione fa, da Pradé o Sabatini, oltre agli stessi Osti e Pecini, coadiuvati da Invernizzi, oggi c’è grande confusione e estrema disorganizzazione. Con lo scopritore di talenti in uscita, il tecnico della Primavera in scadenza e il ds dal futuro ancora tutto da scrivere, prendere decisioni rapide ed efficaci sembra piuttosto utopico.

Scegliere un allenatore forse è il minore dei problemi perché, una volta sistemato il tassello del tecnico, a Corte Lambruschini dovranno concentrarsi su argomenti se possibile più complessi. Quali giocatori godono di un sufficiente mercato da permettere alla Samp di raggiungere l’obiettivo plusvalenze già sbandierato a destra e a manca? Come comportarsi con i vari Depaoli, Murru, Bonazzoli, Vieira e Chabot, tutti di rientro e tutti difficili da collocare va cifre consone? A chi affidare il settore tecnico? Un direttore sportivo di peso costa, idem una guida affidabile per la Primavera, o un responsabile del settore giovanile completo e attento. La qualità, purtroppo o per fortuna, si paga (quasi) ovunque. Il tutto tralasciando ovviamente la situazione debitoria, per cui sono già stati versati fiumi di inchiostro, più o meno virtuale. Mi spiace non poter scrivere di ‘argomenti più allegri’ inerenti alla Samp, purtroppo di questi tempi non ce ne sono molti. La questione allenatore, ora, è il dito nel cielo Samp che indica la Luna. La Luna, invece, è tutto il contesto. E non si vede benissimo, le nuvole attualmente sono abbastanza scure.

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