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Con il suo romanzo “Il Colibrì”, Sandro Veronesi ha vinto il Premio Strega. Mai nessuno prima di lui, lo aveva vinto per la seconda volta (14 anni fa lo conquistò con “Caos Calmo”) o meglio, due volte lo ottenne anche Paolo Volponi. La seconda con “La strada per Roma”, ma si trattò d’una vicenda, in qualche modo, singolare. Volponi, in quel periodo, attraversava un’esperienza straziante e il suo editore (Einaudi) pensò di sostenerlo proponendo, allo stesso premio, un romanzo inedito, rimasto nel cassetto per quasi 30 anni e, forse, il suo primo lavoro in prosa iniziato attorno al ’56, che sarebbe stato anche l’ultimo.


Le cronache di questo Strega 2020 narrano d’un vincitore annunciato, sia pure in un parterre di libri finalisti d’alta qualità. Perciò qualcuno ha storto un po' il naso a causa di un Veronesi “pigliatutto”. La Repubblica ha parlato più del secondo arrivato Carofiglio (132 voti contro 200) azzardando un rilievo all’attuale regolamento perché non avrebbe dovuto contemplare la possibilità di vincere due volte il premio, dimenticando però che si premia, prima di tutto, il libro. E ogni libro è di per sé nuovo.


Veronesi, invece,  non è nuovo nel raccontare storie semplici e complicate, singolari eppure comuni. In una parola, a rendere plastico, tangibile qualcosa che non lo è, ma esiste: il magma dei pensieri, dei presentimenti, dei sogni, delle illusioni, delle delusioni, che accompagnano senza tregua i nostri giorni. Noi li sentiamo, ma non li vediamo. Sono i fatti della mente a camminare insieme a quelli del corpo. La vita non è forse anche questa tela tessuta d’invisibile e visibile, d’incertezze e certezze, variabili, ma non cancellabili, sotto il dominio di Crono? Come recita il titolo, il protagonista del “Colibrì” si agita disperatamente affinché tutto (i suoi affetti, le sue speranze, il bene del presente, la ricca malinconia del suo passato e anche la sua paura) resti immobile: sbatte le ali vorticosamente, per rimanere, fermo, in volo. Il mondo, però, gira, vola, vorticosamente, intorno a lui: non concederà sconti, ma gli lascerà un regalo.

Questo regalo, la figura d’una possibile umanità nuova (una ragazza) e la vigile guardia d’una sensibilità consapevole (una moneta con le facce del limite e del coraggio) fanno di Veronesi un guaribile ottimista, come in fondo è nella vita. Consapevole delle lordure procurate dalla cecità contemporanea e dal dato relativo dell’esistenza, in cui corrispondono erosione e slancio, vuole comunque provare a cambiarlo il mondo, anche se sa - come dice il poeta - che  “la morte si sconta vivendo”.


Saper giocare, seriamente, su più registri e su più toni, grazie alle doti d’una scrittura melodrammatica e rabdomantica, ilare e disperata, è una delle sue caratteristiche, che gli permette di non confondere mai i piani, bensì di percorrerli con un rigore “fantastico”, mai banale. Sa misurasi sul romanzo, ma anche sulla cronaca drammatica dei rifugiati, delle morti in mare, delle stralunate vicende di provincia italiana, fino al calcio e allo sport, cui ha dedicato un bel libro, intitolato “Un Dio ti guarda. In realtà, come è stato detto, si tratta di un libro di epica che, sulle tracce di Pindaro, trasfigura il gesto sportivo in quello eroico di chi ha cavalcato onde, calcato campi da tennis, di calcio, pestato ring e segnato piste di ghiaccio… Da Muhammad Alì al surfista hawaiano Duke Kahanamoku, bello come il sole, al memorabile estro di Tarcisio Burgnich, a Tonya Harding fino agli eroi oscuri.


Per certi terzini dimenticati, lui nutre un’intensa passione, pari quasi a quella che prova per Federer, così anche Longobucco si staglia in controluce contro i raggi gloriosi del sole. Già…Longobucco e, d’altra parte, Veronesi non è forse un epico “gobbo”, un instancabile cantore della sua squadra del cuore, la Juve, nella buona come nella cattiva sorte?