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Lo scontro Lega e Aic sugli stipendi, il nostro calcio cerca una via d'uscita ma non la trova, quanti rischi per una una ripresa che oggi pare fantascienza. Ma nessuno chiede ai calciatori cosa ne pensano? E a noi cosa pensiamo? Piacerebbe un campionato contraffatto? Di questo e di altro abbiamo parlato con Mario Sconcerti. 

Sconcerti, partiamo dalla notizia del giorno: la Lega propone un 30% di taglio degli stipendi se non si riprende e un 15% se si riprende e l’Aic replica che è una proposta 'vergognosa e irricevibile'. 
"Guarda, che si debba coinvolgere anche i dirigenti è implicito. Ma non è questo il punto". 

Qual è? 
"Una cosa sarebbe fare beneficenza e dire: siamo una categoria ricca e protetta e parte del nostro stipendio lo giriamo a chi ne ha bisogno. Ma non è così. Sono i giocatori a 'prestare' soldi alle società. E' un po' strano, no? Ma è una svolta. Mi spiego: le società dicono noi non abbiamo i soldi quindi ve ne diamo meno. Ok. E' la fine della bolla del calcio. Non del calcio in sé, ma la fine dell'irrealtà del calcio. Il calcio finora ha vissuto una vita finta, ora gli si chiede di tornare alla vita reale, complici anche le società che un po' stanno cavalcando questa emergenza per abbassare gli stipendi". 

L'AIC in tutto questo che ruolo ha? 
"Il ruolo dei portavoce, niente di più, ma non è in grado di indicare un percorso di lotta. Damiano Tommasi è una bella persona, sana, ma quando dice che parte della sua preoccupazione è prendere soldi alla Serie A per dare alla C allora capisci che perde buona parte del suo potere di rappresentanza. E comunque essere giocatori di Serie A non significa fare parte di una categoria omogenea, significa guadagnare da 500mila euro a 30 milioni, con queste premesse non ci può essere un rappresentante, ogni giocatore ha il proprio studio legale che lo rappresenta". 
Si parla tanto di ripresa del campionato, ma nessuno ha chiesto ai calciatori cosa ne pensano. 
"E' la prima cosa da fare. Ai giocatori va chiesto se se la sentono di fare visite continue, come è facile immaginare giocando il campionato in 50 giorni, con una partita ogni 3 giorni; va chiesto se se la sentono di vivere in alberghi isolati; va chiesto di essere sottoposti a continui tamponi, ma non solo loro, parliamo di 50-60 persone, quelle che muove ogni club quando c'è una partita, dai medici ai magazzinieri. Non lo so…". 

A me sembra fantascienza. 
"Pure a me, la primavera poi è la stagione dei raffreddori. Che fai, ogni volta che uno starnutisce fai il tampone? E se uno dei 50 è positivo, fermi tutto di nuovo? Insomma, il rischio della ripresa è tropo alto. E c'è un altro discorso da fare". 

Quale? 
"Forse è anche il caso di sentire la gente. A fronte di un'operazione di mercato grossa come questa, bisogna sentire anche il cliente e chiedergli: ma voi uno spettacolo di questo genere, vi piace, lo guardate? Credo che un campionato usato o impaurisce oppure alla maggior parte delle squadre non interessa. Ripartire per vedere un calcio contraffatto: ne vale la pena? Io personalmente dico di no, preferirei pensare a un inizio vero, nuovo, diverso. Io di calcio ci vivo, la rinuncia mi costa; ma se il calcio è divertimento allora si deve ricominciare quando si può - quando tutti staranno bene - e solo allora sarà calcio vero".