Dopo il week end lungo di campionato, incombe la Champions. L'Italia punta all'en plein. Juve e Roma qualificate. Inter quasi. E' il Napoli a rischiare. E intanto la Juve si coccola Cancelo e Mandzukic, il Milan toppa il salto di qualità, la Roma non ha un parroco. E infine: bentornato a Prandelli, ecco perché Radice è stato un grande. Di tutto questo - stimolati dalle domande dei nostri lettori - ne abbiamo parlato con Mario Sconcerti.

Sconcerti, partiamo dalla Champions. L’Inter passa o no?
«Ma io dico: perché non si dovrebbe essere fiduciosi? Le basta vincere, gioca a San Siro, affronta la più debole del girone. Secondo me la qualificazione è sicuramente a portata».

E il Napoli?
«Ecco, questa è una situazione diversa, più insidiosa. Il Napoli deve non perdere là a Liverpool. Gli inglesi nel girone hanno già perso tre volte ma tutte e tre fuori. Ad Anfield è un’altra cosa».

Se le italiane dovessero fare l’en plein sarebbe un’impresa?
«Direi che per il movimento italiano sarebbe un segnale importante. Ma il discorso è un altro. Detto che la Juventus è la squadra più forte della Champions, in generale quello che sta mancando è la qualità di vertice. Non vedo squadre di riferimento. In giro c’è una valanga di buoni giocatori, ma mancano le eccellenze. Temo che sia un cambiamento d’epoca, d’altra parte se tu calcoli che negli ultimi quindici anni è cambiato due-tre volte il mondo. Anche il calciatore è un’altra persona. Si è globalizzato pure lui. La mancanza di confini ha livellato la qualità».

Parliamo di Juve. Con Cristiano Ronaldo in ombra, si sono presi la scena Cancelo e Manduzkic.
«Cancelo mi stupisce, è un portoghese decisivo. Tolti Cristano ed Eusebio, che però era africano, non è facile trovare nella storia portoghesi decisivi. Mandzukic ha imparato a usare gli spazi che gli lasciano gli altri. Non so se Ronaldo glieli lascia volontariamente, ma lui se li prende. Mandzukic è stato scelto da Allegri, quello da sacrificare è stato Dybala. Già in questa scelta si misura l’importanza di avere Mandzukic in campo».

Il Milan, pareggiando col Toro, ha perso una buona occasione di avvicinarsi alla zona Champions.
«Questo Milan non ha nelle sue corde il salto di qualità. Ha una buona classifica ma pochi punti. Con 26 punti è a 9 punti dalla seconda e a 17 dalla prima. Mentre è a 6 punti dall’undicesima. Per fare un salto di qualità serve altro».

Che fotografia ti restituisce la classifica della serie A.
«E’ una classifica che fa spavento. Bisognerebbe chiedersi come mai la Juventus non ha mai rischiato di perdere o di pareggiare. Questo ha un significato per tutti, soprattutto per chi prova ad avvicinarsi alla Juventus. Le prime due posizioni, a meno di sorprese sono già definite. Non credo che l’Inter possa alzarsi al livello del Napoli».

A questo proposito: è un campionato dove si pareggia molto.
«E’ un segnale di equilibrio. Ma l’equilibrio di solito si ottiene verso il basso. Se c’è equilibrio non sei portato a volare, ma ti metti a sedere: sta succedendo così nella fascia media e bassa della serie A».

E’ tornato Cesare Prandelli.
«La sua voglia di rimettersi in gioco è giusta e corretta. E’ un allenatore che ha ancora molte cose da dire. Che abbia commesso degli errori in questi ultimi quattro anni - dal Mondiale brasiliano ad oggi - è evidente, sia per come se ne andò dalla Nazionale e sia per come poi si è precitato in Turchia e in Arabia. Non sono le sue terre. Lui viene da Orzinuovi, e con queste scelte ha rispettato poco la sua natura, che è forte e pacata. Prandelli rende bene nella normalità non nelle scelte azzardate».

Qual è l’origine della crisi della Roma?
«A Roma si riscontra la difficoltà di tutti quei club che hanno un presidente straniero. Non hanno un rapporto con la società. Diventano squadre di nessuno. E’ successo al Milan, è successo all’Inter. Succede a Bologna e succede a Roma. Il calcio è campanile. E il campanile ha bisogno del parroco».

Ti chiedo un ricordo di Gigi Radice.
«Radice è stato l’ultimo dei vecchi e il primo dei moderni. Dall’Olanda, dal Calcio Totale, era molto colpito, ma non era questo il merito straordinario che ha avuto. In realtà Radice era un curioso insaziabile, andava a cercare il meglio dovunque e lo trasformava in qualcosa di suo. Lui prendeva nozioni anche dal basket, quando fa pressing e quando mette il suo centravanti sul regista avversario. Per primo Radice ha portato nel calcio lo scontro tra due pivot. Trovare questo tipo di soluzioni all’epoca non era affatto così normale».