Sconcerti ha visto la classifica dei migliori tecnici del secolo? Ha vinto Michels, secondo Ferguson, terzo Sacchi, poi Cruyff, Guardiola e tanti altri, per esempio Rocco numero 17, Capello numero 21, Mourinho 14, Conte numero 49…Cosa ne pensa?
“Sono cose divertenti, ma su scala così vasta, il mondo, lasciano il tempo che trovano".

Perchè?
"Perché il calcio è stato un gioco clandestino, negato a tutti, fino a venti anni fa. In Italia per esempio nessuno vedeva niente, il calcio era dei trecentomila che andavano allo stadio. Stop. E anche allo stadio vedevano quasi soltanto la propria squadra. Eppure tutti erano convinti di sapere tutto. Così nasce il Bar Sport, discutere su qualcosa che nessuno ha visto. Così diventa vera qualunque opinione. Se allarghiamo all’Europa va anche peggio, non abbiamo visto niente, siamo al sentito dire su un mondo dieci volte più grande". 

Però indicare Michels come il migliore sta bene a tutti.
"Sì ma Michels è una posizione su cinquanta, non fa metodo. Io non conosco davvero una gerarchia reale dei grandi allenatori stranieri. Michels è un’epoca, si va dai figli dei fiori anni sessanta al terrorismo degli anni settanta. Ha mostrato, non insegnato. Ha costruito il calcio ideale, ma irripetibile. Solo Sacchi e Guardiola si sono avvicinati, allenatori di gioco non di uomini. Ma il bel calcio è anche allenare gli uomini, rendere vincente uno schema normale. Perché dovrebbe valere di meno? Il calcio è conquista dello spazio. Si può cercare di ottenere spazio in avanti, e si può ottenerlo facendo venire avanti l’avversario colpendolo poi alle spalle. Non c’è nobiltà diversa, sono due cose opposte ed equivalenti". 

Precisato questo, lei ha i suoi primi dieci?
“Limitando gli stranieri, si può provare. Sono d’accordo su Michels, Guardiola, su Ferguson, a cui aggiungo Clough, formidabile, poi Hidalgo come idea annunciatrice di un calcio diverso, poi Kovacs, certamente Lobanovsky e Maslov. Sono stato contento di aver trovato il buon sovietico Maslov tra i primi trenta. Fa onore ai compilatori della classifica. Era un ucraino, allenava la Dinamo Kiev, la sua ala sinistra era un giocatore tutto movenze e dribbling, si chiamava Lobanovsky. Maslov portò avanti il 4-2-4 del Brasile, trasformò le ali da attaccanti a centrocampisti offensivi. Nacque in sostanza il primo 4-4-2. E il primo a pagare fu Lobanovsky, il suo successore, il nuovo maestro. Era troppo fantasista per Maslov, che era competenza e astuzia sovietica. Il calcio si addice alle mentalità rigorose. Non elimina la fantasia, cerca di renderla efficace in un singolo spazio, una libertà controllata non solo ispirata".  

Ci fermiamo a Maslov?
"No di certo, arriviamo a Bela Guttman, a Busby, Lattek, Hiddink, a Van Gaal, al grande Chapman di prima della guerra, ma non sarei onesto se dicessi che conosco tutti. Chi li ha mai visti? Chi ha mai potuto avere l’occasione di vederli?"

Proviamo allora un altro gioco: i primi dieci che hanno allenato in Italia?
"Questo va meglio, almeno li ho visti". 

Il numero uno?
"Secondo me Capello. Ci vuole una piccola spiegazione. Ci sono due tipi di allenatori: chi allena il gioco e chi allena i giocatori. I primi formano di solito una squadra che cambia il modo di essere di tutte le altre. I secondi formano squadre che vincono. Capello è uno di questi. Ha vinto scudetti in tre squadre diverse, Milan, Roma e Juventus, più il Real. Non solo ma nel ’93 al Milan vinse subendo solo 15 reti e segnandone appena 36 (Massaro capocannoniere), le squadre erano 18. L’anno scorso, per dire,  hanno segnato di più Crotone, Spal e Chievo. Due anni dopo ha vinto segnando 60 reti e subendone 24, due campionati quasi opposti. Bisogna essere molto bravi per saper gestire due situazioni così diverse. A queste aggiungo la Champions e lo scudetto a Roma, una piazza dove è molto difficile vincere perché si cancella da sola". 

Andiamo avanti.
"Al secondo posto Ancelotti. Lo conosco da quasi quarant’anni, lo consideravo bravo ma non così bravo. Invece ha continuato a stupirmi sempre di più. Ha vinto subito il primo campionato da allenatore, a Reggio Emilia. Era tutt’altro che facile, non avevi niente alle spalle. Ha vinto ancora quasi dovunque è stato. E’ un allenatore di uomini, un vero ex grande calciatore, sa che non c’è da inventare niente se non hai i giocatori giusti, bisogna solo allenarli a pensare il meglio. Tutte le sue squadre lo hanno rimpianto, con il tempo ha acquistato anche un po’ di cattiveria. Con lui in squadra gli errori di riducono al minimo. Ha vinto dovunque. Forse ha solo inventato poco, ma perché non ne ha mai avuto davvero bisogno".

Terzo posto.
"Arrigo Sacchi. E’ un genio. Con poco talento, ma un genio". Che differenza c’è?
"Il talento fa quel che vuole. Il genio fa una cosa sola ma quella come nessun altro".

Non sembra un complimento.
"Lo è in gran parte. Vuol dire che il genio non è flessibile, conosce solo la sua invenzione. Sacchi parla ancora come trent’anni fa".

Al quarto posto?
"Direi Conte. E’ giovane può ancora sbagliare molto, ma non credo. Ho parlato con molti suoi giocatori, lo considerano il migliore allenatore avuto. E questo nonostante sia quasi un fanatico. E’ a metà strada tra Sacchi e Capello, per me è il migliore se riesce a darsi equilibrio. Il suo è un calcio diverso, povero, essenziale e pieno di fatti. Può essere il calcio europeo di domani". 

Più rapidamente gli altri.
"Direi Trapattoni e Lippi, quasi speculari. Trap più come un vecchio sax nelle bettole di New Orleans, Lippi più come un aspirante tecnologo degli anni novanta, uno sospeso tra Rocco e i Vanzina. Grandi tecnici entrambe, come non ne esistono adesso. Solo Allegri si avvicina. Poi Osvaldo Bagnoli. Quello del Verona. Ha inventato il calcio moderno con le marcature a centrocampo. Prima di lui un regista stava a casa sua e l’altro nella sua metà campo, non si vedevano nemmeno. Bagnoli è stato il primo vero movimento organizzato moderno, uno dei pochi allenatori di uomini e di gioco. Dopo di lui Nereo Rocco, non solo l’inventore del libero, ma il primo libero in Italia. Accadde quasi per caso nella Triestina, eravamo intorno al 46. Rocco era infortunato, invece di mettersi all’ala si mise alle spalle di tutti. Fu un’ottima idea. Ha fatto bene dovunque, ma vinto solo nel Milan". 

Ci stiamo scordano qualcuno?
"Certamente sì, a decine. Ci salviamo perché sono opinioni". 

Mancano il nono e il decimo.
"Direi Bernardini, che è comunque un uomo più recente di quanto sembri. Era l’Ancelotti dell’epoca, gli era simile anche come fisico e gioco. Qualche chilo di troppo, un ruolo da battitore libero davanti alla difesa, lancio lungo e preciso. Anche lui allenava uomini e gioco. Ha vinto due scudetti che ne valgono molti di più perchiè vinti a Bologna e Firenze. Inventò il libero alla Chiappella, mediano-difensore che quando difende va dietro lo stopper. Vinse con l’Inter di Herrera con Capra, un terzino, all’ala sinistra. Amava il gioco e l’invenzione semplice. Più Julinho perché sapeva usare l’angolo di fine campo senza buttar via la palla. Va ricordato anche perché la nazionale di Bearzot nasce con lui, insieme ai suoi errori". 

L’ultimo, il decimo?
"Liedholm. Era tutto, un sapiente, un permaloso, uno show man, un superstizioso, un laico irridente. Un giorno gli chiesi che consigli desse per il sesso ai giocatori. Fu come miele su un biscotto. Si mise a sedere e cominciò: dunque, diciamo che oggi siamo nel punto A e il prossimo momento di sesso sia il B. Bene. Tra questi due momenti devono intercorrere due giorni. Tra il B e il C quattro giorni. Tra il C e il D otto giorni. Tra il D la E due settimane. E a quel punto? Si torna indietro: altri quindici giorni per il punto D, poi 8 per il punto C e così via. Mi venne un dubbio. Scusi mister, mi sta prendendo in giro? Oh caro, certamente".

C’è un posto scriptum?
"Sì, uno solo ma importante. Ho tenuto fuori Helenio Herrera. Non ha classifica. E’ stato l’inventore della categoria. Prima di lui l’allenatore guadagnava poco ed era un ex calciatore. Con Herrera diventò uno scienziato super pagato. Formidabile".