Cinquantuno a tre, in termini percentuali di share televisivo. Dodici milioni di italiani hanno seguito il Festival di Sanremo a differenza dei novecentomila e spiccioli che hanno preferito sintonizzarsi con Sky per assistere a Fiorentina-Juventus. Dunque, oltre la tradizione che ci racconta come navigatori e poeti, siamo un popolo di musicofili più che non calciofili ortodossi. Tutto sommato non possiamo prendere atto di questi identikit “sociali” soltanto con piacere. Non per sgarbo verso il gioco del pallone, ma perché la scelta fatta dal pubblico televisivo, che sicuramente questa sera polverizzerà il record ottenuto, rivela una forte esigenza di pace e di serenità di animo per poter addolcire nei limiti del possibile il sapore acido dei tanti veleni che ci riserva il quotidiano. E anche una partita di calcio come quella giocata tra i viola e i bianconeri, come si è visto e come era prevedibile, è stata farcita da nefandezze figlie del Var da dimostrazioni di cieca imbecillità evidenziate con i fischi e gli insulti a Bernardeschi

Meglio il Festival, dunque, dove un tal Ultimo diventa primo con una bella canzone sul tema dell’immigrazione e dove i bambini dell’Antoniano di Bologna conquistano tutti e commuovono con la loro beata innocenza. Se questa sera poi dovesse vincere Ron con la canzone scritta da Lucio Dalla vorrebbe dire che il cuore della gente è ancora in grado di battere come si deve e che l’anima delle persone non è stata biodegradata dall’oscurantismo emotivo.  Non è poi così difficile piacere alla gente senza la necessità di stimolare contrapposizioni e antagonismi che fatalmente portano all’odio e quindi alla guerra. Gli stadi, è ovvio, sono palestra agonistica e quindi luogo di rivalità. Eppure, seguendo lo spirito giusto magari suggerito da una bella canzone, potrebbero continuare a esistere come  spazio per il divertimento e per il piacere di stare insieme. Questo almeno prima e dopo la gara, cosa che avviene puntualmente in Inghilterra.

Anche il Festival rappresentava una ”sfida” tra campioni assortiti. Agonismo vocale e non scontro di garretti. Comunque agonismo. All’insegna della felicità, seppure con testi che fanno meditare, della partecipazione e della solidarietà tra gente che sente il bisogno di stare insieme pacificamente e non di dividersi. Baglioni, insieme con Favino e la Hutzinger, sono stati perfetti per bravura, fantasia e ingegno artistico. L’immaginazione, questa volta, è andata davvero al potere secondo i desideri del direttore artistico che ha capito il cuore della gente. E allora se bastasse una bella canzone, in senso metaforico, anche il calcio potrebbe darsi una bella regolata facendosi governare e organizzare da coloro i quali “sanno cantare” la canzone dello sport autentico