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La guerra è ufficialmente iniziata e avrà eco mediatiche incredibilmente rilevanti e, soprattutto alla portata di tutti. I protagonisti dei due schieramenti contrapposti sono il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e i colossi tech dei social network, con particolare attenzione a Twitter e il suo proprietario Jack Dorsey e a Facebook e il suo fondatore Mark Zuckerberg. Il motivo della contesa? Il potere, come sempre, anche se per i social è principalmente mediatico e protetto dalle leggi (almeno fino a ieri).

IL POTERE DEI SOCIAL - La miccia che ha fatto scattare tutto è sicuramente stata accesa dal presidente Trump che qualche giorno fa ha dichiarato pubblicamente di voler firmare un "Executive order" (una legge esecutiva ndr.) con cui modificare la Section 230 del ​Telecommunications Act del 1996. In quel comma viene specificato che, di fatto, non si può fare causa a grandi aziende come Twitter, Facebook, Google in quanto, legalmente, esentate dalla responsabilità se uno dei loro utenti pubblica qualcosa di illegale o controverso. Una sorta di scudo penale che ha ingigantito il loro potere discrezionale.

LEGGE FIRMATA E I TWEET SEGNALATI - Un potere che, ovviamente, non piace a Trump il quale ha firmato ieri l'Executive order che diventerà presto operativo se non sarà giudicato anti-costituzionale. Ma cosa ha scatenato una reazione così forte da parte della Casa Bianca? Per capirlo bisogna fare qualche passo indietro andando a riprendere le lamentele dello stesso Trump nei confronti di Twitter, colpevole di aver segnalato due tweet del presidente poiché violavano il regolamento sull'esaltazione della violenza invitando i lettori ad andare ad informarsi.
LA RISPOSTA DI TWITTER - Trump criticò aspramente l'operato di Twitter e dei suoi rappresentati ("non fanno niente contro Cina e democratici e censurano i repubblicani"scatenando la risposta di Jack Dorsey che sempre attraverso il suo social ha risposto per le rime: "Twitter continuerà a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale, non perché rappresenta un arbitro della verità, ma perché la sua missione è collegare i punti delle dichiarazioni contrastanti e mostrare le informazioni controverse in modo che le persone possano giudicare da sole". Parole al veleno che hanno portato alla risposta, sottoforma di legge, di Trump.

FACEBOOK INCASSA - Più moderata e anzi direzionata contro Twitter è stata finora la reazione di Mark Zuckerberg che pone Facebook al di fuori del mondo dell'informazione: Intervistato da Fox News ha infatti ribadito che: "Il dibattito politico è uno degli aspetti più sensibili della democrazia e le persone dovrebbero vedere ciò che i politici dicono, ma piattaforme digitali di proprietà privata non dovrebbero agire come arbitri della verità".

COSA CAMBIA ORA? - Botte e risposte senza esclusioni di colpi che si possono ricondurre direttamente alla domanda di fondo che non è mai stata risolta: i social network sono servizi essenziali (anche editoriali) o aziende private che sottostanno alle regole del mercato? Se sono essenziali va cambiata la normativa che li regola come fatto da Trump. Se sono solo semplici aziende soggette semplicemente al mercato, limitare la libertà di espressione porterà gravi conseguenze. ​La palla ora passa alla commissione federale per le comunicazioni (la FCC), che dovrà capire come adeguare le norme e interpretare le disposizioni della legge firmata da Trump. Il dibattito resta però inevitabilmente aperto e non esclude altri colpi di scena.