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Caro Leo Turrini, qui in Italia siamo tutti senza parole per le imprese di Tamberi e Jacobs...
“Figurati io che stavo allo stadio! Quella giapponese è una delle notti più grandi nella storia dello sport italiano. Se non addirittura la più grande di sempre. Due ori nell’atletica ai Giochi! In cinque minuti! Io ne ho viste tante, tantissime. Ma stavolta mi veniva da piangere, dentro a quell’immenso stadio vuoto”.

Non te l’aspettavi?
“Di Marcellino pane e vino avevamo parlato ieri. Temevo potesse patire l’emozione, ma quando in semifinale l’ho visto migliorare il record europeo finendo terzo causa brutta partenza, insomma, ho cominciato ad annusare il miracolo”.

È una impresa senza precedenti.
“Beh, mai un italiano l’aveva disputata, la finale dei 100. Jacobs l’ha vinta, è l’erede di Bolt nell’albo d’oro, dopo 17 anni la gara più importante ha un nuovo re al posto del giamaicano eh, scusa, mi sembra tutto irreale. Vuoi ridere?”

Sentiamo.
“Allo stadio cercavo disperatamente un posto appartato per fumare di nascosto. Mancavano due ore alle finali di Gimbo e Marcellino. E chi ti incontro, accasciato su una panchina?”
Chi hai incontrato?
“Malagò. Ci siamo fatti la foto come due liceali in gita, lui imprecava per gli ori che non arrivano e io lo consolavo dicendogli che il metallo delle medaglie non conta. Mentivo spudoratamente, si capisce. Lui mi ha sfanculato ed entrambi eravamo intimamente certi che Jacobs e Tamberi sarebbero arrivati, al solito, quarti”.

Dimmi di Gimbo.
“Niente, il Dio dello sport esiste. Cinque anni fa, prima di Rio, Tamberi fu messo Kappao dalla sfortuna. Me lo ricordo in Brasile con le stampelle, guardammo insieme l’oro di Paltrinieri nei 1500. Lui aveva un credito nei confronti del destino. È stato risarcito, finalmente. Con gli interessi”.

E adesso, lì a Tokyo?
“Dopo una notte così non ho più niente da chiedere. È stato troppo bello!”

di Daniela Bertoni