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E’ nato in piena Seconda Guerra Mondiale, sotto le bombe, con l'Italia che andava allo sfascio. E’ un sopravvissuto. Nell’estate del 1944 Renzo Ulivieri aveva tre anni e mezzo quando i tedeschi - ultimo sfregio prima di battere in ritirata - lanciarono le bombe nella chiesa di San Miniato - il paese dove è nato. Morirono in 55, molti erano bambini. E’ la celebre «Notte di San Lorenzo» raccontata al cinema dai fratelli Taviani. C'era anche lui, con la sua famiglia. Si salvò.

Oggi 2 febbraio il patriarca degli allenatori toscani (toscani si nasce, poi si diventa) compie 80 anni, ma mica se li sente. L'ironia sottile, l'intelligenza acuta, la sensibilità mascherata dal sarcasmo. Autorevole senza essere autoritario, ha sempre preso decisioni di testa sua. Il suo motto quando si presentava ad un nuovo gruppo di calciatori: «Nello spogliatoio si comanda in tre: Renzo, l'Ulivieri, il bimbo della Gina». Ha sempre praticato un calcio pulito, equilibrato, attento alle innovazioni, ma senza tradire la tradizione italiana. La sua idea di squadra è un «Mutuo Soccorso». Ci si aiuta. Tutti.

Brevissima la carriera da calciatore, pochi anni nelle giovanili della Fiorentina da mediano, poi un’esperienza nel Cuoiopelli. Anche no, grazie. Non ci sapeva fare. Meglio allenare. Prima squadra nel 1965, a soli 24 anni, la squadra del suo paese, il San Miniato; prima vera panchina quella del CuoioPelli l'anno dopo. Ultima nel 2008, la Reggina. Quarant'anni e passa in panchina. Roba da record. Sedici squadre allenate da primo. 
Ha debuttato in A nel 1980, alla guida del Perugia: esonerato dopo il girone d'andata. Le tappe più significative: Lanerossi Vicenza e Bologna in due periodi distinti, la Sampdoria dei primi anni ’80 con il giovanissimo Mancini (che lui vedeva come centravanti puro), ma anche Cagliari, Torino, Parma (qualificazione ai preliminari di Champions nel 2000/01). Modulo preferito: il 4-3-3. Nel curriculum una promozione dalla B alla A (Sampdoria), una doppia promozione dalla C alla A (col Bologna) e due dalla C alla B (col Modena e col Vicenza). Nella seconda metà degli anni ’80 si è beccato una squalifica di tre anni per un illecito che non aveva commesso.

Scaramantico come pochi - il cappotto portato anche d'estate a Bologna, il caffè con la moglie la domenica mattina in un bar del centro a Vicenza - schierato sempre a sinistra (comunista idealista, in casa teneva un busto di Lenin), uno dei pochi ad avere il coraggio di manifestare la propria scelta in un mondo di gente omologata. Ha litigato con tutti, soprattutto con gli arbitri. Innumerevoli le volte in cui è stato cacciato (una volta non c'era l'espulsione) per «frasi irriguardose». Lingua lunga e tagliente, l’Ulivo. Ha litigato ovviamente anche con i calciatori, suoi e avversari: con Baggio (a Bologna minacciò le dimissioni per colpa di Roby) e con Marazzina, con Cassano e con Guidolin; ma ha sempre trovato il modo di rappacificarsi. Detesta i colleghi integralisti, irride i profeti del «Nuovo che avanzano» (ne ha visti parecchi), cerca sempre il dialogo e il confronto: solo così si cresce.

Dal 2012 è presidente dell’AIA, l'Associazione Italiana Allenatori: si candiderà per il quarto mandato. Da qualche anno allena con amici colleghi il Pontedera Calcio femminile. L’anno scorso è stato promosso in Serie B, l'obiettivo è certamente quello di fare un altro salto ma soprattutto c’è l’idea di far crescere il movimento. E’ l'ennesima sfida di un uomo curioso, passionale, sempre desideroso di mettersi alla prova e di saperne un po’ di più.