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Un anno senza Kobe Bryant. La luce di una leggenda dello sport che illumina ancora la memoria collettiva. Il tempo passato, il tempo goduto ad ammirarlo. Il tempo che non c'è più. L'elicottero che si schianta a Calabasas, nove persone morte, tra cui Kobe e la figlia Gianna Bryant. 41 anni lui, 13 lei. Stavano viaggiando dalla base di famiglia di Orange County, in California, verso Thousand Oaks, 30 miglia a nord-ovest di Los Angeles. Era il 26 gennaio 2020. L'ombra lunga di una tragedia che - ora possiamo dirlo - si è poi stesa su un anno maledetto. I tributi, i ricordi, le parole, le immagini. La commozione che sale in gola, ogni volta che ci capita di rivederlo in azione. Immenso, vincente, duro, sorridente. Tanti uomini in un uomo solo. La maglia n.24. Black Mamba. Il nome così strano - Kobe - perché i genitori - durante un viaggio in Giappone - avevano assaggiato la carne Kobe. E gli era piaciuta parecchio. L'Italia nel suo cuore. Il quadrilatero sentimentale, a seguito del padre Joe che negli anni ’90 venne a giocare in Italia. Rieti, Pistoia, Reggio Calabria, Reggio Emilia. In campo era un fulmine, una stella cometa, un respiro lunghissimo. Cinque titoli Nba, due volte MVP delle Finals, 18 convocazioni all'All Star Game, due ori Olimpici con gli Usa. E poi 1.346 partite giocate, 11.719 tiri segnati, 33.643 punti in carriera. Vent'anni ai Lakers, siglando contratti faraonici. La contabilità della carriera di uno dei più grandi di sempre dice molto, ma non può spiegare tutto.

Kobe è stato icona globale, patrimonio di tutti, di chiunque ami lo sport nella sua magnificenza e nella sua bellezza. Elegante, flessuoso, micidiale, semplicemente: decisivo. Era un leader. Sudava personalità, sudava talento. Era diverso da tutti, era imperfetto. Era un uomo che si era pensato come un dio. Ha unito le generazioni, continua a farlo. Come tutti i più grandi: sapeva prendersi le responsabilità. Questo ha fatto la differenza, più di ogni altra cosa. Il coraggio della scelta. Ci sono campioni talentuosissimi che nel momento decisivo - di quelli che valgono una partita, di quelli che valgono una vita - si nascondono, altri - e sono pochissimi - che entrano in scena con lo sguardo dritto, il cuore placato dopo il tumulto di emozioni, la mano fredda. Ha ispirato tantissimi ragazzi che in un pomeriggio qualunque si sono trovati davanti ad un canestro. Ha dimostrato loro che forse non tutto ma molto è possibile, se ci si mette in gioco. Nella sua lettera d'addio al basket - novembre 2015, cominciava con «Caro Basket….» - scriveva così: «Mi vedevo soltanto correre al di fuori. E così ho corso. Ho corso su e giù per ogni campo, rincorrendo ogni pallone per te. Mi hai chiesto il massimo sforzo, io ti ho dato il mio cuore. Ho giocato quando ero stanco e dolorante, non perché fossero state le sfide a chiamarmi, ma perché TU mi hai chiamato. Ho fatto qualsiasi cosa per TE, perché questo è ciò che fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive come hai fatto tu con me». Credeva in maniera smisurata nei propri mezzi, nella scintilla di talento che ognuno porta dentro di sé, nella vita intesa come capacità di migliorarsi. Credeva in se stesso, è stato di tutti.