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Un dipinto a olio. Una scatoletta in argento. Un libro dalla copertina un poco stinta. Sono le cose di Piero. Quelle che conservo, bene in vista, sopra e sulla scrivania. Da vent’anni. Da quando al mondo giornalistico manco Piero Dardanello mitico e irripetibile direttore di Tuttosport.

Il quadro, prezioso, è opera dell’artista torinese Giorgio Ramella il maestro del colore che dipinge la pittura. Me lo regalò, Piero, per il secondo matrimonio infiocchettato dalla frase “Sei un cogl...”. Aveva visto lontano. Lui era un grande intenditore di uomini, di arte e anche un discreto collezionista. Malandrini vigliacchi gli svuotarono l’appartamento proprio nelle ore in cui si svolgeva il suo funerale. Un oltraggio anche al dolore.

Lo sgrignetto, ancora ben lucido, serviva per mettere e conservare il tabacco da sniffo. Me lo regalò il giorno in cui, entrambi impenitenti e impuniti tabagisti, decidemmo avventatamente di dire basta al fumo. Tiravamo su con il naso, come facevano i nostri nonni, sperando di mettere a tacere il vizio. Inutile dire che l’impresa finì miseramente. Lui riprese con le sigarette, una dietro l’altra, alternate all’aereosol di una delle pipe che Gianni Brera gli faceva avere ad ogni Natale. Io lo seguii a ruota.

Il libro è una raccolta di bellissime poesie scritte da Borges. Me lo portò nella camera della clinica Pinna Pintor, a Torino, dove ero stato ricoverato e operato d’urgenza al ventre. In verità me lo fece consegnare dalla sua compagna, Nuccia, mentre lui rimase a guardarmi per non più di trenta secondi. Poi uscì in fretta. Non ce la faceva a doversi confrontare con la malattia e con la sofferenza. Era più forte di lui e della sua stessa volontà.

Tre oggetti, in solido, che ho sempre badato di conservare con grande attenzione evitando che andassero perduti nei miei vagabondaggi residenziali. Tre ”reliquie”, come le definisco io, che ad essere sincero sarebbero anche “inutili” per mantenere viva e ben accesa la memoria. In un ideale baule dei ricordi, infatti, c’è molto di più di Piero. Da venti anni a questa parte non vi è mai stato giorno che mi sia scordato di dedicarli un pensiero. Magari un poco distratto, ma autentico.

Non voglio dire e non lo farò del grande giornalista sportivo. Preferisco raccontare di un uomo illustrato da mille imprese e da contraddizioni assortite tipiche della genialità. Un amico e compagno di strada, tra grandi viali illuminati e vicoli bui, prima che un direttore. Questo anche se, di fatto, lui fu “Il Direttore” anche mio, a Tuttosport.
Nella vita di ciascuno esiste la figura del mentore. Quel personaggio che ha il potere di indirizzare il percorso, non solo professionale, della tua esistenza. Personalmente posso vantarmi della fortuna di averne conosciuti tre. Il primo, Oscar Navarro, mio professore di filosofia al Liceo. Stravagante e border line al punto da farti amare i libri e con loro la vita. Il secondo, Dario Fo, maestro non soltanto di teatro nei mei tre anni milanesi. Poi è arrivato lui, Piero, che mi ha caricato sul suo treno in corsa per insegnarmi una volta per tutte cosa significa crescere.

Accanto a lui, Piero, ho conosciuto “cose che voi umani…” con tutto ciò che segue. L’essere giornalista senza barriere di genere, ma a trecentosessanta gradi senza presunzione e con l’umiltà dei veramente forti. Battere i marciapiede del mondo, muovendosi tra principi e barboni e tra grandi dame e put..., spinti dalla curiosità e votati alla causa della conoscenza e dell’informazione come un sacro diritto per tutti, non soltanto per pochi privilegiati. “Chi sa solo di calcio non sa un amato cazzo di nulla”, diceva Piero. Così il suo Tuttosport diventò la vetrina della meravigliosa e tragica avventura che è la vita di tutti i giorni e raggiunse un numero di vendite da record assoluto.

Ero un poco il “braccio” esecutivo delle sue visioni extra sportive. Dalla caduta del Muro di Berlino ai Festival di Sanremo. Dalle stragi di Stato alle interviste con tutti i leader politici prima delle elezioni. Dai personaggi del varietà e del cinema al primo ragazzo italiano trapiantato di cuore nell’ospedale di Pavia. Dalla stretta di mano a Nelson Mandela, a Città del Capo nel giorno della fine dell’apartheid, all’ennesimo e ultimo conflitto armato arabo – israeliano. “Piovono razzi su Tel Aviv” titolò in prima pagina a nove colonne “Tuttosport” che venne inserito e presentato da Italo Moretti nella rassegna stampa del TG3.

Guidava lui, Piero, quel treno che sembrava non dovesse arrestarsi mai. E ogni viaggio era una fantastica avventura. Un film con tanto di colonna sonora. Quella di Casablanca, ad esempio. La suonammo insieme a notte fonda in un hotel di Stoccolma dove, dopo una serata danzante, gli orchestrali se ne erano andati lasciando sul palco gi strumenti. Io al pianoforte, lui al violino. Ad un tratto smisi la tastiera per guardarlo. Le sue dita, rozze e sempre sporche di pennarello quando disegnava i menabò, si erano trasfigurate per diventare sottili e lievi come le penne del Pitta Iris. Anche il suo volto si era fatto gentile e appagato. Come se un angelo gli avesse comunicato che era diventato presidente del suo Toro. L’unico grande sogno che Piero non riuscì a realizzare. E di questo parliamo, ancora oggi, quando capita di sentirci.