La carriera di chi, da ex ct della nazionale, torna ad allenare un club è un rebus, un azzardo, un tiro di dadi. Gian Piero Ventura - neo allenatore del Chievo pronto al debutto contro l’Atalanta - prenda nota e ripassi cos’è successo ai colleghi che l’hanno preceduto in questo percorso. A qualcuno va bene, ai più invece la Storia nega quasi sempre la possibilità di fare meglio e spesso rimpalla l’occasione di un riscatto.

Prendete Prandelli. La sua esperienza in nazionale è stata uno spartiacque, con un «prima» e un «dopo». Il suo quadriennio azzurro è stato segnato dal 2° posto a Euro 2012, ma soprattutto con il fallimento al Mondiale 2014 in Brasile. Alla panchina azzurra sono seguiti solo flop, scelte sbagliate, inciampi tra Galatasaray, Valencia e Al Nasr.

Il Sacchi che per cinque anni (dal 1991 al 1996, ovvero dai 45 ai 50 anni) ha guidato la nazionale ne è uscito spremuto, sul piano mentale ed emotivo. Il furore che aveva accompagnato l’uomo che ha cambiato il calcio moderno, una volta lasciata la nazionale, è parso annacquato, come dimostrano il dimenticabile ritorno al Milan, la tappa spagnola all’Atletico Madrid (esonerato dopo sette mesi) e infine il rientro a Parma, esperienza chiusa anzitempo per troppo stress.

Edmondo Fabbri venne marchiato a vita dalla Corea (Mondiale 1966), ma in realtà capiva (e molto) di calcio: era arrivato sulla panchina azzurra sull’onda della clamorosa cavalcata del piccolo Mantova (portato dalla serie D alla serie A), dopo la Corea allenò squadre di seconda fascia, Torino, Bologna, Cagliari, Ternana, Pistoiese, vincendo però due volte la Coppa Italia (con Torino e Bologna alla fine degli anni 60).
Donadoni è stato catapultato in nazionale dopo due tranche di serie A col Livorno, quindi non può fare testo; mentre Zoff dopo il 2° posto ad Euro 2000 ha allenato in due frangenti diversi: Lazio per tre partite e Fiorentina, per cinque mesi, più che dignitosamente. Bearzot e Maldini sono due esempi di tecnici federali: il ct campione del mondo nel 1982 ha smesso nel 1986 (Mondiale messicano) e non si è più seduto in panchina. A ripensarci oggi: aveva 59 anni e molto ancora da insegnare (La stessa scelta fece Bernardini, che però ne aveva 72 quando smise di allenare).

Maldini invece ha guidato l’Italia dai 64 ai 66 anni (biennio 1996-1998) e il più era fatto, tanto che le sue esperienze successive (Milan come Dt e ct del Paraguay) hanno aggiunto poco al suo curriculum.

Luminoso è stato il tramonto della carriera di Trapattoni, che dopo la parentesi azzurra (2000-2004) ha titoli nazionali con Benfica e Salisburgo, prima di chiudere da ct dell’Irlanda; mentre quasi trent’anni prima Valcareggi - dopo la panchina azzurra - continuò ad allenare (un triennio a Verona e una stagione Roma, a fine carriera la Fiorentina) ma senza raccogliere grandi soddisfazioni.

Chiudiamo con due allenatori che - dopo l’esperienza con la nazionale, sono rimasti - in contesti e modalità diverse - comunque sull’onda. Lippi ha conquistato la Cina con il Guangzhou (3 Super League, 1 Coppa della Cina e 1 Champions asiatica); Conte ha vinto subito col Chelsea (Premier) per poi continuare sulla scia l’anno dopo (Coppa d’Inghilterra). Quest’ultimo è davvero l’unico di tutta la batteria di ex ct che può dimostrare che il post-nazionale può rivelarsi vincente come il pre-nazionale.