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Quando scrissi per la prima volta che la Fiorentina era, a mio giudizio, più debole di quella dell'anno scorso, tifosi e amici mi dissero che ero un pessimista, uno senza logica, visti i tre rinforzi arrivati in estate, e soprattutto uno che remava contro la società, a causa del licenziamento di Cesare Prandelli che ancora non riuscivo ad accettare. Quando poi rincarai la dose dicendo che secondo me, a valori iniziali, la rosa viola valeva il settimo posto, i fulmini di tutti mi hanno incenerito, e subito sono entrato sotto la catalogazione di disfattista e 'checca isterica', espressione quest'ultima tanto brutta che fa venire i brividi ogni volta che è scritta o è pronunciata. Premesso che espormi mediaticamente contro la Fiorentina non è nel mio interesse - sarebbe troppo facile raccontare la faccia bella delle cose per farsi ben volere dai tifosi -, la mia era una constatazione derivante dall'assenza per tutto l'anno di Stevan Jovetic, ed un voler 'parare i colpi' su Sinisa Mihajlovic, che qualora non fosse arrivato a fine stagione al piazzamento in Champions League pronosticato, poteva contare sull'alibi di una squadra non rinforzata nei settori giusti.

Se le cose andranno meglio del mio pronostico sarò il primo ad esserne contento, visto che ogni sera, fra i pensieri prima di dormire, c'è la voglia di tornare all'Allianz Arena e segnare un gol in fuorigioco al Bayern Monaco nella finale di Champions League. Ma fra razionalità, sogni e desideri c'è un abisso. Come detto dopo la sconfitta contro il Lecce, non siamo da serie B, né da Champions. Quest'ultima è stata raggiunta quattro volte negli ultimi cinque anni, grazie alla coesione fra stampa, tifosi e società. La prima componente, la stampa, ad esempio potrebbe domandarsi se Sinisa Mihajlovic, prima di prendere i giocatori a calci nel sedere, gli fa indossare la maglia con la scritta 'Save the children', o il tutto avviene prima. La tifoseria mi sembra fra il depresso e l'arrabbiato, con sfumature di esaltati, innamorati solo delle promesse del tecnico di una squadra più grintosa. La società è latitante. Fra due settimane la Fiorentina, unica società professionistica, festeggerà il non invidiato record di un anno senza un presidente. Il comunicato contro gli arbitraggi di martedì mi pare fine a se stesso. Avrei preferito che Andrea Della Valle fosse stato presente domenica scorsa a Lecce, e soprattutto il giorno dopo negli spogliatoi durante la strigliata di Mihajlovic ai suoi uomini.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel 28 marzo 2010, ultima domenica in cui la Fiorentina ha vinto in campionato. Due giorni prima Diego Della Valle aveva usato un giornale di cui è azionista per fare una domanda al suo allenatore, e 24 ore dopo il tecnico aveva risposto che si sentiva licenziato. Dopo il successo contro l'Udinese una figuraccia dietro l'altra, senza giustificazioni, sintomo che qualcosa che era lacerato fra società e gruppo tecnico, ormai era rotto definitivamente. Ora però il tecnico è cambiato, e qualcosa ai giocatori va imputato. Il colpevole non è solo Montolivo, il quale non credo commetta errori in area piccola perché confuso sul rinnovo di contratto. C'è gente che ha sputato veleno sull'ex tecnico, eppure a fine mese si prende il suo lauto stipendio. C'è il nuovo arrivato che gira in Maserati a tarda notte in città, infischiandosene delle figuracce rimediate sul campo la domenica. Se nessuno fa niente, devono essere i tifosi a farsi sentire. Inanzittutto chiedendo risposte al primo di loro, come si è autodefinito Diego Della Valle, che non parla di calcio ma è quello che detiene il pacchetto di maggioranza della società. E poi presentandosi sabato allo stadio, per tifare, almeno fino al 90', tutti i giocatori in maglia viola. Perché, al di là di tutto, la maglia e Firenze sono quelli che restano, e tutto il resto passa. Unita di intenti fino alle 20 di sabato, e poi si vedrà. Senza isterismi, né lotte fratricide, ma per il bene della nostra Fiorentina.