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La vera e inequivocabile notizia giunta ieri dallo stadio 'Manuzzi' di Cesena è arrivata in conseguenza di quella che in casa Fiorentina, da un po' di tempo, è giusto etichettare come una 'non notizia': la squadra di Mihajlovic non ha un gioco. E proprio l'allenatore serbo è stato al centro dell'evento che si può definire come il più significativo del primo pomeriggio di ieri, poiché sia nei minuti conclusivi - di un Cesena-Fiorentina che non verrà tramandato agli annali come sfida del 'bel calcio' - che dopo il fischio finale è stato insultato ed invitato a lasciare la panchina della Fiorentina. La cosa assume ancora più in risalto se si pensa che i giocatori, che a Cesena hanno offerto la solita prova incolore, sono stati in realtà applauditi quando, prima di lasciare il terreno di gioco, sono andati a salutare i quasi mille supporters gigliati che, in una domenica di metà ottobre, avevano deciso di rinunciare al pranzo per provare a godersi finalmente una Fiorentina 'gustosa' sul campo. Se è vero che i mille di Cesena non sono i rappresentanti di tutto il tifo viola, e che il tecnico gigliato ha l'attenuante di non avere a sua disposizione due pezzi da novanta come Juan Manuel Vargas ed Alberto Gilardino, la frattura fra l'ambiente gigliato e Mihajlovic sembra in ogni caso insanabile.

Firenze e i tifosi della Fiorentina vengono spesso etichettati come brontoloni e incontentabili; è rimasta celebre una frase di Nils Liedholm, che quando era tecnico gigliato disse: 'Quando alleni la Fiorentina i tifosi non sono felici neanche quando vinci 2-0, perché a quel punto ti domandano come mai non si sia vinto 3-0?'. Tuttavia la storia viola insegna come allenatori che non hanno vinto niente in termini di trofei si sono fatti comunque amare molto per il bel gioco e l'organizzazione tattica. Per non stare a nominare il predecessore di Mihajlovic, ovvero l'attuale c.t. della Nazionale italiana, si può fare riferimento ad Alberto Malesani, tecnico giustamente idolatrato per la sua squadra sempre battagliera e dal gioco incisivo, a prescindere dai risultati. La Fiorentina di oggi, inutile negarlo, è invece una squadra triste, senza identità. Il mister 'tutto muscoli' ha fallito nel suo rapporto con il mondo viola prima sul piano dialettico, con inutili promesse sugli obiettivi da raggiungere e atteggiamenti da sbruffone in sala stampa o nei rapporti con la tifoseria, e poi dal punto di vista meramente tecnico, non dando un gioco alla sua squadra ed essendo incapace di 'leggere' i match, ovvero provvedere a scelte oculate dei titolari e delle sostituzioni a gara in corso.

La gestione dei 'giovani' della rosa (dalla chiusura su Camporese a quella su Babacar) si somma ad un controllo poco attento di ciò che accade ai suoi giocatori anche al di fuori dello spogliatoio. La sensazione è che la società, che la scorsa estate ha dichiarato l'Europa come un traguardo imprescindibile da centrare a fine stagione, e che sta lanciando ottimi segnali alla piazza - da applausi in questo senso il rinnovo di Jojo - stia mettendo sotto la lente d'ingrandimento gli errori di Mihajlovic, richiamandolo alle sue giuste responsabilità. Perché se è vero che nel club dei Della Valle difficilmente si viene licenziati, ma anzi i vertici tendono a difendere i propri uomini, soprattutto nei momento di difficoltà, gli stessi vertici d'altronde si stanno accorgendo che gli errori di gestione tecnica, e soprattutto lo scarso feeling fra il proprio allenatore e la piazza, possono essere qualcosa di altamente controproducente per la squadra. Sabato prossimo ad esempio per il tecnico gigliato sarà una sorta di prova d'appello. I bene informati del mondo del calcio già sussurrano che Delio Rossi sia stato bloccato da tempo, e che il bonus di errori per Mihajlovic si stia esaurendo. Nella tifoseria viola quel bonus, semmai c'è stato, è scaduto da un pezzo, e ieri i tifosi presenti a Cesena lo hanno ricordato, a fine partita, a tutti i protagonisti del mondo viola, ma soprattutto all'allenatore.