Torna a Milano, la sua città natale. Torna a San Siro, lo stadio delle sue gesta migliori. Torna a bordo campo, contro la sua squadra del cuore. Torna ancora una volta da allenatore sognatore contro l’Inter, il sogno della sua vita da bambino, da ragazzo, da uomo. Walter Zenga, l’amabile guascone, il portierone degli anni Novanta insignito anche dall’Iffhs del calcio internazionale, il ramingo italiano dell’est stasera affronterà l’Inter in corsa per la qualificazione Champions e sognerà di nuovo, di batterla. Sì, batterla non per umiliarla, ma per sognare ancora l’utopia di allenarla un giorno la sua cara “Beneamata”. 

Quando nella stagione 2008-09 il Walter nazionale venne a giocare nella roccaforte della Milano ancora dalla “grandeur” imperante e contro Mourinho e i suoi pretoriani, fu lo stesso portoghese a dire che un giorno Zenga avrebbe potuto essere il suo sostituto ideale alla guida della squadra più pazza di Milano. Lui il ribelle per eccellenza, il bambino che pianse agli esordi per due errori, il campione che rivaleggiava con Dasaev il grande portiere sovietico del vate Lobanovsky per la corona di migliore portiere del mondo, nella seconda metà degli anni ’80, venne incoronato erede dal caudillo di Setubal. Quella profezia non si avverò, Moratti non seguì il suggerimento e da lì a un anno dopo immortale 2010 si alternarono dieci personaggi, dieci allenatori bravi ma fallimentari tutti però capaci di chiudere lo spazio al sogno del Walter nazionale. L’ostacolo a volte nella vita si ripete e non molla la presa. 

Così Zenga ha viaggiato da ramingo soprattutto nell’Est Europa. Il football italiano con una parte della sua cronica a-storica mentalità sempre presente nei tratti più profondi sottovalutò i suoi successi alla guida delle due Stelle dell’Europa che una volta i libri di storia chiamavano Mitteleuropea: i miti di Bucarest e Belgrado, la Steaua e la Stella Rossa. Fu campione in entrambi i casi. E quelle vittorie ai più attenti sembrarono come le parate plastiche ed eleganti che esibiva a San Siro quando era uno dei dioscuri del Trap, erano e sono state vittorie di grande valore tecnico e morale. Come appunto erano le sue parate nei derby della Milano da bere e del calcio champagne, come nelle finali di coppa Uefa, come in Nazionale. Perché venne sottovalutato? Perché non erano la Steaua di Hagi o la Stella Rossa della coppa campioni del 1991. E così l’Inter, il suo amore, non si accorse nemmeno allora di uno dei suoi figli migliori, era il 2006 e l’Inter lavorava con un altro grande della generazione di Vicini, Mancini detto il Mancio. 

Ecco Vicini. Nei giorni della memoria per il riflessivo Azeglio non poteva non tornare Walter Zenga sulla scena della serie A. Lui con Vicini è stato uno dei giocatori migliori in quella generazione che dall’Under 21 arrivò fino a sfiorare il titolo mondiale. E in questo parallelo tra passato e presente è bene accostare il padre al figlio. L’allenatore all’atleta. La mente al braccio. Per capire quanto Zenga serva alla serie A e come alleni. 
La generazione di giocatori nazionali metà anni ’80 ha seguito la carriera tracciata dal saggio Azeglio con Zenga, Vialli, Giannini, Bergomi, Ferri, tra questi ancora corre nel suo sogno l’uomo, il ragazzo interista che la fantasia chiamò “L’uomo ragno”. Quando gli indiani si davano i soprannomi non era un vezzo ma una cultura grande per dire: tu sei questo nella tua anima. 
Tutto questo ci fa capire come allena Zenga e perché è una figura che può diventare importante nel calcio nostrano di oggi. Walter Zenga allena come allenava Vicini, col senso del gioco e con l’idea di fare di ciascuno un giocatore. Di Vicini ha, ovviamente, meno esperienza ma più particolarismo, di Vicini ha l’umanità, di Vicini ha il calcio fine anni ’80 e poi ’90. Che può essere oggi, una diversità. 

Questo suo modo umano di allenare è ancora incompleto nel senso che ha bisogno di una continuità che finora in Italia non ha avuto, complice l’impazienza anche, di presidenti e squadre che invece sembravano adattarsi al temperamento avventuroso del milanese Walter. Uomini come Zamparini e Ferrero, squadre come il Palermo e la Sampdoria. Solo questo manca a Zenga per ritagliarsi un ruolo da allenatore compiuto nel calcio italiano, la continuità. Chissà forse Crotone potrà essere questa piazza, questo luogo dell’approdo finale e duraturo. Per trovare la continuità che segna un ruolo, l’uomo simbolo dell’interismo pre morattiano e pre cinese torna nella città del suo cuore ancora una volta contro se stesso e il suo cuore. Anni fa perse 5-3 con il Palermo rischiando di ammutolire San Siro, oggi ritrova un’Inter meno forte della sua e ancora non europea come era la squadra nella quale giocava e parava da campione. E ancora una volta cercherà di batterla col suo modo di allenare legato al senso del gioco, cercherà di farlo affinché il sogno di una vita lo guardi finalmente e si accorga di lui, chiamandolo. Anche se i tiri contro si chiamano Spalletti, Suning e il calcio finanza, la discontinuità da allenatore in Italia, Walter Zenga stasera a San Siro cercherà di respingerli e di sognare ancora l’Inter, la sua Inter. Sarebbe la parata più bella della carriera. 

@MQuaglini