Il Derby d'Italia è partita unica nel panorama calcistico italiano, spesso è stata crocevia di scudetti, coppe Italia, polemiche e incontri memorabili. Curiosamente la sfida tra Inter e Juventus lega le tifoserie delle due protagoniste anche ad una sorta di primato, quello di essere state, fino al 2006, anno della retrocessione della Juve in Serie B per i fatti di Calciopoli, le uniche due a non essere mai retrocesse.  Primato che, da quell'anno, spetta solo ai nerazzurri. Eppure, in un'epoca ormai molto lontana, sia l'Inter che la Juventus, in anni differenti, avevano visto molto da vicino lo spettro delle retrocessione. Ben prima di Calciopoli.  E questo ne è il racconto.
 
JUVENTUS
C'è stato un campionato passato alla storia perchè avrebbe potuto essere quello della retrocessione della Juventus in Promozione – l'attuale serie B – retrocessione che avrebbe potuto significare pure la fine e lo scioglimento del club. Insomma una vera e propria sliding door che merita un racconto.

LA RIFORMA VALVASSORI-FAROPPA - I primi campionati di calcio in Italia sono sempre stati giocati da squadre ricomprese nel triangolo Ligure-lombardo-piemontese, soltanto con il 1910 il torneo viene allargato con l'istituzione del girone emiliano-veneto, ma ancora tutto il football del centro-sud viene completamente ignorato dalla Federazione. Con l'estate del 1912 qualcosa di importante accade, l'indomani della rovinosa spedizione azzurra al torneo olimpico in Svezia. Ieri come allora, dopo i dolori svedesi, era tempo di decidere su importanti riforme. L'assemblea federale del 31 agosto 1912 doveva decidere sulla formula del campionato 1912/13 e sempre più società spingevano per poter partecipare al campionato, tanto che proprio in quell'occasione i delegati dovevano decidere su due idee di riforma del campionato. Una favorevole ad un'enorme dilatazione del campionato, quella presentata dai due soci del F.C. Piemonte Faroppa e Valvassori, l'altra, all'opposto, orientata verso criteri restrittivi e presentata dal dirigente genoano Goetzlof. Per farla breve, prevalse il progetto Valvassori-Faroppa che prevedeva di organizzare il campionato di prima categoria suddiviso in gironi regionali composti ognuno da massimo 6 squadre, allargando la base delle partecipanti al maggior torneo calcistico. Dopo numerose discussioni e minacce di scioperi si arrivò a definire meglio il quadro d'assieme in una riunione tenuta nella villa del neo eletto Presidente federale conte Rigon il 12 settembre nella quale si decise di accorpare Liguria e Lombardia in un unico girone e l'Emilia con il Veneto. Così il campionato 1912/13 si caratterizzò per due epocali novità: l'ammissione per la prima volta delle maggiori squadre del centro-sud e l'istituzione del criterio delle retrocessioni, resosi necessario per permettere a nuove squadre di poter accedere al torneo.

IL CAMPIONATO 1912/13 - La formula prevedeva una fase eliminatoria regionale composta da un girone piemontese, uno lombardo-ligure e un terzo emiliano-veneto: le prime due di ogni girone si sarebbero scontrate in un girone finale la cui vincente si sarebbe giocata il titolo di campione d'Italia contro la vincente del centro-sud. Regola ben più importante, per ciò che qua ci preme, quella che prevedeva che l'ultima classificata di ogni girone sarebbe retrocessa in Promozione. E a questo punto entra in ballo la Juventus. I bianconeri sono protagonisti di un campionato molto difficile, le sconfitte si susseguono in serie, addirittura umiliante la 0-8 subito dai granata del Torino. La Juventus arriva all'ultima giornata a pari punti con il Novara, ma mentre questi ultimi in casa riescono a conquistare un punticino con il già qualificato Casale, gli juventini perdono 3-0 a Vercelli. La Juventus chiude il campionato con soli 3 punti conquistati in 10 gare, all'ultimo posto in classifica. All'orizzonte anche un'idea estrema: lo scioglimento del club!

L'INTERVENTO DI UMBERTO MALVANO: LA JUVENTUS E' SALVA - La squadra bianconera di quegli anni viveva un periodo molto difficile, dopo la vittoria del campionato nel 1905 e la scissione dell'anno dopo dei dissidenti che andarono a formare il Torino la società non era più riuscita a risollevarsi e aveva vissuto anni di transizione sino al tracollo e all'onta della retrocessione. I fondatori, che nel frattempo si erano fatti uomini, in quei giorni colmi di tristezza pensarono anche a sciogliere il club e far scomparire per sempre la Juventus. Nella mentalità dell'epoca, infatti, molto meglio era smettere che dover ricominciare con il peso della vergogna di una retrocessione. La via d'uscita per salvare il club e la sua storia venne proprio dal regolamento del campionato, da quello stesso regolamento che aveva previsto la retrocessione. I dirigenti juventini, passato il momento della disperazione, si danno da fare diplomaticamente e a livello di politica federale perorando la loro causa all'ex Malvano ora in rapporti d'affari con l'ingegner Mauro, importante dirigente federale. Tutto viene deciso nell'assemblea federale in programma a Torino per fine agosto 1913. molte le istanze avanzate e i malumori palesati, tanto che il dibattito è fitto e serrato, tutto ruota attorno all'allargamento delle partecipanti al massimo campionato e alla divisione geografica dei gironi. Vengono alla fine presentati due ordini del giorno. Per quel che qua ci interessa, il primo ordine del giorno, su progetto Minola, – succintamente – prevede al primo punto l'aumento delle squadre di prima categoria per ogni regione geografica da sei a otto e al secondo che Juventus e Savona facciano parte integrante del campionato di prima categoria come appartenenti alla regione Liguria. Il secondo ordine del giorno, proposto da Baraldi e Bucciarelli, prevedeva la suddivisione dell'Italia settentrionale in tre gruppi, uno ligure-piemontese, un altro lombardo e un terzo veneto-emiliano, composti da tutte le squadre partecipanti al torneo 1912/13 – quindi con neutralizzazione delle retrocessioni – e le vincenti dei campionati di Promozione. Punto cardine era però il seguente, come bene si legge da La Gazzetta dello Sport del 28 agosto 1913:
“(...) Lascia facoltà alla presidenza federale di aggregare (…) qualche società, specialmente in considerazione della sua posizione geografica, ad un gruppo finitimo.
Per la stagione 1913-14 è però deliberato fin d'ora che due posti della Lombardia siano occupati da due squadre della nazione ligure-piemontese e precisamente dal Novara e dalla Juventus (…).”
Il secondo ordine del giorno fu quello che venne votato dalla maggioranza con 53 voti a favore, 9 astenuti e 7 contrari. La Juventus, dunque, veniva assieme a tutte le altre retrocesse ripescata nel massimo campionato e veniva anche per sempre allontanato lo spettro dello scioglimento della società.
 
INTERNAZIONALE
Sempre più spesso in questi ultimi anni capita di leggere da più parti diatribe proprio sulla domanda fatidica: l'Inter è mai retrocessa in serie B? I fatti risalgono molto in là nel tempo, agli inizi degli anni'20 del secolo scorso: proviamo a fare un po' di luce.

TUTTI VOGLIONO VIAGGIARE IN PRIMA - Con la fine della prima Guerra mondiale e il ritorno al gioco del calcio, aveva ripreso vigore anche il contrasto tra le grandi e le piccole società, contrasto che interessava sempre la solita annosa questione relativa alla partecipazione – e quindi alla visibilità e agli incassi – al massimo campionato. Le grandi società chiedevano una più ristretta partecipazione di squadre al campionato, giustificando tale richiesta con un presunto miglioramento del livello di gioco che tale restrizione avrebbe necessariamente portato. Le altre, invece, erano convinte che una maggiore rappresentanza di compagini avrebbe allargato il discorso propagandistico del calcio appena iniziato. La verità, con tutta probabilità, era quella molto bene sintetizzata dal Ghirelli: “Per le società minori l'esclusione dal massimo campionato equivaleva ad un colpo mortale per le incerte finanze”.

LA GUERRA DI SECESSIONE NEL CALCIO ITALIANO - Già nel 1920 si arrivò vicino ad una spaccatura che solo all'ultimo momento venne scongiurata, creando un campionato abnorme al quale parteciparono ben 88 squadre: iniziato il 18 settembre con le qualificazioni, vide il termine soltanto il 24 luglio 1921, dopo ben oltre dieci mesi di gare, spesso noiose e dal livello tecnico scadente. Chiaro che così non si poteva continuare, perciò le grandi squadre del Nord affidarono il mandato a Vittorio Pozzo di preparare un progetto di riforma del campionato. Pozzo, che già nel 1912 una riforma l'aveva studiata e proposta, ci mise poco a mettere sul tavolo un progetto davvero avveniristico e riformatore, progetto che però si andò a scontrare con il malcontento delle piccole società e all'assemblea del 21 luglio 1921 detto progetto venne bocciato. Perché se era vero che tutti condividevano la parte del progetto che assicurava la speditezza della competizione, il dissenso – insanabile per come si erano messe le cose – nasceva attorno ai criteri di ammissione, rivoluzionari per l'epoca, che sembravano favorire i grandi club: infatti i criteri di ammissione proposti da Pozzo prevedevano il valore tecnico del momento, l'anzianità e la saldezza finanziaria. Insomma, un bel salto nel futuro. Come effetto immediato della bocciatura del progetto Pozzo, i rappresentanti delle maggiori società lasciarono l'assemblea e si unirono in una Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), gettando le basi per la disputa di un altro campionato concorrente a quello tradizionale.

I DUE CAMPIONATI PARALLELI DEL 1921/22 - Per farla breve: nel 1921/22 si disputarono due campionati paralleli, uno organizzato dalla C.C.I., l'altro dalla F.I.G.C. ed entrambi assegnarono il titolo di campione d'Italia: ecco perché ancora oggi nell'Albo d'oro del campionato in quell'anno vediamo la Pro Vercelli campione C.C.I. e la Novese campione della F.I.G.C. Era già allora di tutta evidenza che questa soluzione non poteva andare bene, quindi mentre si giocavano questi due campionati paralleli contestualmente le parti in causa iniziarono un difficile dialogo che, dopo alcuni mesi, portò ad un'intesa per la riunificazione dei campionati, intesa che prevedeva una riduzione progressiva delle squadre settentrionali. Del 1921/22 il campionato che a noi qua importa è quindi quello targato C.C.I. Tante erano le società iscritte a questa lega che vennero suddivise in Prima e Seconda divisione. Il regolamento della C.C.I. prevedeva che la Prima divisione fosse composta dalle 24 squadre del Nord, a loro volta suddivise in due gironi e dalle squadre del Centro-sud: le vincenti dei due raggruppamenti del Nord avrebbero giocato la finale del Nord e il campione si sarebbe giocato il titolo di campione d'Italia contro la vincente del Centro-sud. Le ultime di ciascun girone si sarebbero giocate in uno spareggio contro le vincenti dei gironi di Seconda Divisione il diritto di rimanere in Prima divisione. Poi intervenne la pace e le regole cambiarono un po'.

IL LODO COLOMBO - Finalmente, nel giugno 1922 C.C.I. e F.I.G.C. trovano il tanto atteso accordo per ritornare ad un campionato unitario, campionato che sarà strutturato in una Prima Divisione composta da 36 squadre suddivise in 3 gironi: “arbitri” di questa riappacificazione sono alcuni giornalisti, soprattutto Giancarlo Corradini, direttore del Guerin Sportivo ed Emilio Colombo, direttore de La Gazzetta dello Sport. Questo arbitrato prevede, in breve, che vi partecipino per la C.C.I. le 18 squadre piazzate nel torneo 1921/22 dal 1° al 9° posto dei due gironi e le 12 della Prima Divisione della F.I.G.C. Le restanti 6 squadre sarebbero state scelte attraverso un farraginoso meccanismo di spareggi. In tutto questo marasma regolamentare l'Inter, che solo due anni prima aveva vinto il campionato pensò bene di arrivare ultima nel suo girone. La miseria di 11 punti segnati in 22 incontri, 3 sole vittorie e ben 66 reti al passivo: questo il ruolino non certo entusiasmante dei nerazzurri. La C.C.I. già nell'estate del 1921 aveva previsto che le ultime classificate nei due gironi avrebbero dovuto giocarsi la permanenza in Prima Divisione in uno spareggio con le vincenti dei gironi di Seconda divisione: insomma, già il regolamento del 1921 garantiva all'ultima classificata – l'Inter, per ciò che ci interessa – di non retrocedere direttamente, ma di giocarsela con uno spareggio. Come poi andò tutti lo sappiamo: l'Inter vinse il primo spareggio per ritiro dell'avversario, ma per effetto del “lodo Colombo” dovette affrontare un successivo spareggio valido per la qualificazione al campionato 1922/23, dove eliminò, questa volta giocando, la squadra fiorentina del Libertas.

(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)