Nel lontano 1913 la Pro Vercelli dominava in lungo e in largo il panorama calcistico italiano, vincendo titoli nazionali a ripetizione. Il Genoa, che di campionati ne aveva vinti 6 nelle prime 7 edizioni, mordeva il freno per poter ritornare in vetta e proprio in quell'anno non badò a spese per rinforzare la squadra, seppur la Federazione proibisse espressamente certe spese, in special modo stipendiare i giocatori. Quanto accade nell'estate del 1913 per molti studiosi segna l'inizio del calciomercato in Italia.

SIAMO TUTTI DILETTANTI. FORSE - Tutti dilettanti: il “mantra” federale della Belle Epoque è quello. Si gioca per il piacere di farlo, non per essere pagati. Eppure se da un lato la Federazione è rigida su questo principio cardine del suo ordinamento, alcune società – le più facoltose – si ingegnano per trovare il modo di aggirare la regola. Sicuramente una delle più intraprendenti in tal senso è il Genoa. Come abbiamo altre volte avuto occasione di ricordare, la F.I.G.C. nel proprio regolamento prevede espressamente che i calciatori per poter partecipare ai suoi tornei devono essere dilettanti. E questo sino al 1926, quando comincerà a cambiare qualcosa con la “Carta di Viareggio”.

GLI ASSEGNI GENOANI - In quel 1913 alla presidenza genoana arriva un imprenditore scozzese con la passione per la bicicletta che scuote violentemente la fragile “pax” federale raggiunta dopo le guerre intestine del 1908. George “Geo” Davidson ancor prima di insediarsi ufficialmente alla presidenza del club – particolare non affatto irrilevante, come vedremo – aveva già le idee ben chiare di cosa servisse alla squadra per tornare là dove le competeva. Giocatori forti. E poco importava se questi giocavano per altre squadre. Davidson per De Vecchi stacca un assegno stellare – pare ben 24.000 lire – e il giovincello passa dal Milan al Genoa. Lo scozzese riesce ad aggirare le normative federali con la collaborazione della Banca Commerciale Italiana: De Vecchi a Milano lavorava come impiegato presso questo Istituto di credito, viene quindi assunto dalla filiale di Genova, con un ritocco sostanzioso allo stipendio. Una volta che De Vecchi si trasferisce in città a lavorare, il Genoa può legittimamente tesserarlo. Ma in giro ci sono altri giovani di bellissime speranze, i talenti dell'Andrea Doria Fresia, Santamaria e Sardi. Tutti e tre accettano le sostanziose offerte: Fresia passa al Genoa per 400 lire, ma riuscirà a giocare solo un'amichevole prima di “firmare” per il Reading, come abbiamo raccontato in altra occasione, e buscarsi una squalifica per professionismo, mentre Santamaria e Sardi acconsentono al trasferimento per 1.600 lire a testa.

LA SPIA E' UN CASSIERE - Tutto ruota attorno a Sardi e Santamaria. Sì perchè come peraltro minuziosamente ricostruito dal sito genoadomani.it i due si recano presso una banca per riscuotere i loro assegni e lì si imbattono in un cassiere tifoso – per alcuni addirittura socio – dell'Andrea Doria che, riconosciuti i giocatori, non ci mette molto ad insospettirsi nel vedere i due titoli portati all'incasso girati da Davidson. Con una scusa il cassiere riesce a fotografare gli assegni e porta le prove direttamente all'Andrea Doria, la quale a sua volta denuncia il Genoa alla F.I.G.C. La faccenda è grave. Il Genoa nella seduta federale del 10 giugno era già stato  multato per il caso Fresia e il 30 dello stesso mese viene multato nuovamente per le posizioni di Sardi e Santamaria. Ma questa volta c'è molto di più e il Genoa, più volte recidivo, rischia grosso. Infatti il Consiglio federale, oltre a multare come detto la società e a squalificare i due giocatori, così delibera all'unanimità:
“(...) sottoporre, data la gravità delle risultanze sulla condotta sportiva del Genoa Club, ad apposita assemblea straordinaria dei delegati delle Società da convocarsi per il 13 luglio a Vercelli, la deliberazione di quelle maggiori sanzioni disciplinari contemplate dal comma ultimo dell’articolo 8 e comma 2°, art. 9, regolamento organico precitato.”
In altre parole, il Genoa rischia la radiazione.
Molti giornali cavalcano l'indignazione popolare, e non soltanto quelli sportivi. Così il Corriere della Sera, uno dei quotidiani non sportivi che più di altri ha seguito da vicino tutta la vicenda:
Che il professionismo larvato si fosse da vari anni insinuato tra le file, che dovrebbero conservarsi dilettanti, dei footballers italiani, era ben noto (...). La rivalità tra i vari clubs, spinta a volte all’eccesso, aveva a poco a poco creato il professionismo. Alcuni giuocatori, fra quelli che venivano in Italia dall’estero, erano stipendiati dalle società che volevano con essi rinforzare la propria squadra; altri giuocatori italiani, di valore, erano facilmente corrompibili (...). L’attuale Federazione ha già dimostrato di volere epurare l’ambiente dei falsi dilettanti.”

IL PROCESSO - In sintesi, nell’assemblea straordinaria della FIGC tenutasi a Vercelli il 13 luglio, viene smontato l’impianto difensivo pensato dal Genoa: in un primo momento, infatti, i due giocatori – al tempo sotto le armi - avevano spiegato che quel denaro non era per loro, bensì per un loro superiore, da parte di Davidson. La fantasiosa spiegazione ben presto crolla e il Genoa, a voce del proprio socio Pasteur, si vede quindi costretto a confessare i propri torti. O meglio: i torti di un socio del grifone. Il punto giuridico fondamentale riguarda proprio la figura di Davidson. Pasteur molto scaltramente riesce a dimostrare che Davidson ha pagato Sardi e Santamaria esclusivamente a titolo personale, come semplice socio del Genoa e non come membro ufficiale del consiglio direttivo! Insomma, il Genoa si salva e in seguito a questa...”mezza” confessione l'Andrea Doria lascia cadere l'accusa e l'Assemblea federale, con 45 voti favorevoli, 2 contrari e 1 astenuto vota il seguente ordine del giorno:
(...) udite le esaurienti spiegazioni date dalla Presidenza federale e dalla Commissione d’indagine, plaude all’operato di entrambe e approva incondizionatamente le deliberazioni prese dalla Presidenza federale a carico del Genoa Club e dei giuocatori Fresia, Sardi e Santamaria, invitando la Presidenza stessa a proseguire nell’opera di epurazione intrapresa per sradicare il professionismo, ovunque imperi. (...)”

In realtà Pasteur rivendica l'assoluta innocenza ed estraneità del Genoa e la può legittimamente asserire in quanto Davidson all'epoca dei pagamenti non era ancora il presidente del club: lo diventerà da lì a pochi mesi, il 9 ottobre 1913, quando le acque si saranno calmate.
 
 (Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)