Vittorio Pozzo, non proprio uno qualsiasi, così tratteggia in un paio di righe il ritratto di uno dei più importanti pionieri del calcio italiano, Herbert Kilpin, un inglese che qua da noi giocò al football a Torino e Milano lasciando un ricordo indelebile:

“Tu inglesissimo Kilpin, che assicuravi che il solo rimedio per dimenticare una rete subita è un sorso di whisky, e per questo tenevi una bottiglietta di "Black and White", nascosta in una piccola buca dietro a un palo.”

Morirà giovane, a soli 46 anni probabilmente per colpa della bottiglia, ma prima avrà modo di far appassionare gli italiani al gioco del calcio.

INGHILTERRA-ITALIA, VIAGGIO DI SOLA ANDATA - Nato a Nottingham nel 1870 da famiglia tutto sommato agiata, ultimo di nove figli, poté studiare e trovò ben presto lavoro presso un'industria tessile della città. Sin da bambino Kilpin si innamorò di un gioco che da quelle parti già andava per la maggiore: il football. Già a tredici anni con alcuni amici fondò una squadra, il Garibaldi, con la quale al sabato andava a giocare nel famoso Halfha Crown round, lo sconfinato spiazzo comprendente più di venti campi da calcio che il Municipio affittava alle società per mezza corona. Negli anni'80 del XIX secolo in Inghilterra il calcio era uno sport che già spostava interessi e masse di spettatori, basti pensare che nella sola Nottingham vi erano in quegli anni centinaia di squadre di calcio. E di quelle squadre il “nostro” Herbert vestì un paio di casacche, giocando peraltro sempre in seconda divisione, prima nel Notts Olympic e poi nel St. Andrew's, senza diventare mai un professionista del pallone, mantenendo il proprio posto di lavoro che gli consentì, poco più che ventenne, di imbarcarsi nell'avventura più esaltante della sua vita.

DOVE TUTTO EBBE INIZIO - Certo, l'Italia. Era nel destino del giovane Kilpin tanto che nel 1891 arrivò a Torino per lavoro, ma ben presto contagiò amici e colleghi nella passione per il football. Chiamato probabilmente da Edoardo Bosio, altro nome imprescindibile quando si parla di inizi del nostro calcio, ad impiantare i nuovi telai meccanici di produzione inglese, Kilpin arrivò a Torino assieme ad altri due giovanotti che tanta parte ebbero nella propaganda del gioco del calcio dalle nostre parti, Savage e Goodley. Come abbiamo in altra occasione avuto modo di raccontare, Torino agli inizi degli anni'90 del XIX secolo era città viva, cosmopolita, curiosa e proprio là nacque la prima squadra di calcio italiana, l'International Football Club Torino. Che fossero i primi, stentati, passi del football italiano Kilpin non ci mise tanto a rendersene conto:

Non avevo ancora vent'anni quando venni in Italia, stabilendomi dapprima a Torino. Era il settembre del 1891. Ero arrivato da poche settimane quando, una domenica, il mio carissimo amico e compatriota Savage, valentissimo giocatore, mi invitò ad accompagnarlo in piazza d'armi, per partecipare ad un match. Il football era da pochissimi anni praticato a Torino e a Genova. Quel giorno, si disputava un match amichevole tra la squadra inglese e quella italiana del FC Torinese. Mi invitarono a occupare un posto nella prima linea della squadra inglese. Mi rimboccai i calzoni, deposi la giacca ed eccomi in gara. Mi avvidi di due cose curiose; prima di tutto che non c'era ombra dell'arbitro; in secondo luogo, che mano a mano che la partita si inoltrava, la squadra avversaria italiana andava sempre più ingrossandosi. Ogni tanto uno del pubblico, entusiasmandosi, entrava in gioco, sicchè ci trovammo presto a lottare contro una squadra formata almeno da venti giocatori.”

Con la squadra torinese giocò due finali del campionato italiano, quelle del 1898 e del 1899, poi, come ricorderà lui stesso in un'intervista rilasciata nel 1915 a Lo Sport Illustrato, la sconfitta del 1899 fece da volano alla voglia di rivincita di Kilpin che promise ai genoani, che lo avevano battuto in entrambe le finali, che avrebbe fondato una nuova squadra con la quale li avrebbe finalmente sconfitti. Come ricorda Luigi La Rocca, vera enciclopedia vivente per ciò che riguarda il Milan e Kilpin in particolare, l'inglese già dal 1898 si era trasferito a vivere e a lavorare a Milano, da dove nei fine settimana partiva in treno per andare a giocare al pallone a Torino e dove, pochi giorni prima della fine del XIX secolo, diede concretezza alla sua promessa.
A MILANO PER VINCERE - Se a Torino la sua opera fu di proselitismo, a Milano toccò l'apice della sua carriera. Dicembre 1899. Alcuni inglesi e alcuni rampolli della borghesia meneghina si raccolgono attorno a Kilpin dando vita al Milan Foot-Ball and Cricket Club, con il quale finalmente Kilpin ottiene i suoi successi nel calcio italiano. Il Milan appena nato è la prima squadra a riuscire a spezzare l'egemonia del Genoa, Kilpin vince tre campionati con i rossoneri, quello del 1901, 1906 e 1907.
Di lui sappiamo anche che fu tra coloro che giocarono quella che viene considerata la prima partita di una rappresentativa italiana: non si parla ancora di Nazionale, semplicemente era una squadra formata dai migliori giocatori che giocavano in Italia, piena zeppa di inglesi e svizzeri. Era il 30 aprile 1899.

LE NOZZE CON IL FOOTBALL - Di Kilpin si sono tramandati tanti aneddoti, alcuni dei quali fu lo stesso Kilpin a raccontare nell'intervista a cui si è accennato in precedenza. Tra i tanti, quello relativo alla notte di nozze che, da vero calciatore, visse in modo, diciamo così, non troppo convenzionale. Kilpin si sposò nel 1905, la sera delle nozze ricevette un telegramma con il quale veniva invitato a giocare un'amichevole tra una rappresentativa italiana e il Grasshoppers di Zurigo. Ovviamente Kilpin non disse di no:

“(...) Mia moglie, naturalmente, non voleva lasciarmi partire. Ma io le ricordai che, prima di fidanzarmi, l'avevo avvertita che se non mi permetteva di continuare a giuocare non mi sarei sposato.
In quel match presi sul naso un tremendo calcio: dalla ferita il sangue mi uscì per varie ore. Inzuppai parecchi fazzoletti. Ritornai da mia moglie col viso irriconoscibile.”

Kilpin terminò la sua carriera di calciatore a 43 anni, quando giocò la sua ultima partita con la squadra dei veterani. Ebbe anche modo di vedere i primi calci di un bambino che dalle giovanili del Milan sarebbe diventato uno dei primi autentici fuoriclasse del calcio italiano, quel Renzo De Vecchi che sarebbe passato alla storia come il “Figlio di Dio”.

Tre anni dopo la fine della sua carriera, Herbert Kilpin morì a Milano, forse per un tumore, forse per  una cirrosi epatica: era il 22 ottobre 1916, in piena Grande guerra (domani, il giorno dopo il derby, saranno 102 anni dalla sua morte). Sepolto in una fossa al Cimitero Maggiore di Milano, di lui si perse quasi il ricordo sino a quando Luigi La Rocca trovò e riuscì a far traslare i resti dell'inglese al Cimitero Monumentale.
Dopo oltre cento anni, forse è tempo che a Herbert Kilpin la città di Milano intesti qualcosa che possa rendere imperituro il suo ricordo.

(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)