102
La notizia, apparsa giovedì scorso su tutti i quotidiani, è passata quasi inosservata perché in questo periodo i tifosi hanno altri pensieri per la testa. E quando se ne riparlerà, il rischio è che sia troppo tardi per impedire un autentico delitto: architettonico, sportivo, simbolico e quindi storico. Il delitto, cioè, di abbattere lo stadio di San Siro, dal 1980 intitolato a Meazza. Questo è l’inquietante scenario prospettato dalle dichiarazioni della presidente della commissione regionale per il patrimonio culturale della Lombardia, Francesca Maria Paola Furst. 

Secondo il parere della Soprintendenza, infatti, lo stadio di San Siro non presenta interessi culturali che impediscono il suo abbattimento, per cui Inter e Milan possono costruire un nuovo stadio, sfruttando lo spazio creato per l’abbattimento di quello esistente. Un delitto, appunto, per tanti motivi. Prima di tutto perché San Siro non è uno stadio come tanti altri, tanto è vero che è stato definito “la Scala del calcio”, in cui hanno giocato campioni di tutto il mondo e si sono disputate finali coppa dei Campioni/Champions League oltre a gare dei Mondiali, per non parlare delle imprese di Inter e Milan. San Siro, quindi, è un simbolo non soltanto del calcio, ma dell’intera città e dell’Italia, conosciuto anche da chi non vi è mai entrato. E poi non è mai successo in nessun’altra città del mondo che un nuovo stadio venisse condiviso da due società, con l’aggravante di avere una capienza inferiore rispetto al precedente. I progetti presentati dalle due società, infatti, prevedono una capienza di 60.000 posti, cioè 20.000 in meno rispetto a oggi
Un'altra assurdità, perché quando si costruisce uno stadio nuovo si pensa di farlo non soltanto più bello e moderno, come è ovvio, ma anche più grande. E in questo senso gli esempi non mancano in tutta Europa, a cominciare dallo stadio da cui proviene Gazidis. A Londra il vecchio e glorioso Highbury, che conteneva 38.419 persone, è stato sostituito dal nuovo Emirates che ne contiene 60.260. Sempre a Londra il Tottenham, che giocava davanti ai 36.284 spettatori di White Hart Lane, ora gioca davanti ai 62.062 dell’Hotspur Stadium. In Germania il Bayern Monaco è passato dall’Olympia Park con 69.000 posti all’Allianz Arena con 75.000. E l’ultimo nato in ordine di tempo, il Wanda Metropolitano dell’Atletico Madrid, può ospitare 67.000 persone, a differenza delle 54.000 del vecchio Vicente Calderon. Tutti, quindi, hanno cambiato in meglio offrendo più comodità e più posti ai rispettivi tifosi. 

A Milano, invece, si sceglie la strada contraria, per di più con uno stadio condiviso e con l’ipotesi beffarda di lasciare un pezzo di San Siro come fosse una reliquia da ammirare per i posteri. E a quel punto la presa in giro sarebbe completa, perché vincerebbe soltanto il business con i prezzi moltiplicati come successo a Torino, dopo il nuovo stadio di proprietà della Juventus. Con la differenza che il pubblico che va a vedere Inter e Milan è storicamente superiore a quello della Juventus. Basta ricordare che all’inizio di questo campionato interrotto nei primi due incontri contro squadre neopromosse per Inter-Lecce c’erano 64.188 paganti, mentre per Milan-Brescia ce n’erano 56.691. Il che significa che nella speranza di rivedere Inter e Milan ad altri livelli in Europa, 20.00 tifosi rimarrebbero esclusi, visto che nell’ultimo derby senza scudetto in palio i paganti sono stati 75.817, mentre per l’ultima semifinale d’andata di coppa Italia Milan-Juventus i paganti sono stati 72.738. Se proprio si vuole uno stadio nuovo, quindi, si faccia come a Londra dove è stato ricostruito “Wembley”, con lo stesso nome, al fianco del vecchio, passando da 82.000 a 90.000 posti a sedere. Oppure si faccia come a Madrid, dove nessuno ha mai pensato di abbattere il mitico “Bernabeu”, costruito nel 1947, che grazie a una serie di lavori in corso anche in questa stagione, continua a crescere con servizi più moderni. Altrimenti il delitto sarà compiuto e le vere vittime saranno i tifosi. Per la gioia di chi pensa soltanto ai propri interessi extracalcistici e non a chi, invece, ama davvero il calcio.