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Viveva da molto tempo a Londra. Era nato a Torino, quarantotto anni fa. Se ne è andato, ieri notte, a Bologna portato via da una malattia autoimmune e neurodegenerativa. Inizialmente diagnosticata come quel mai incurabile e lentamente devastante che si chiama Sla. Una malattia che, negli anni, ha pesantemente segnato il mondo del calcio privandoci  di figure come Borgonovo, Signorini e Anastasi. Si è spento Ezio Bosso, il direttore di orchestra e pianista e compositore di rara genialità che il mondo intero aveva imparato a conoscere e ad apprezzare tanto per la sua bravura indiscussa quanto per la sua affabile gentilezza che lo distingueva dal resto di un umanità perlopiù volgare e fracassona.

L’avevo conosciuto che era un ragazzino di sedici  anni e come bassista suonava con il nome di Xico con il gruppo degli Statuto il cui leader era Oskar Giammarinaro. Allora, tanto tempo fa, vestiva da ”Mod” i ragazzi che alla fine degli Anni Cinquanta rappresentarono un modello sociale prima per il Regno Unito e poi per un esercito di giovani sparso nel pianeta e unito dalla voce del cantante Ricky Shane.  Era già un genio della musica a quel tempo. Tanto che venne congedato dalla band perché “suonava troppe note” per un gruppo che come base usava soltanto il “levare”. Oggi Oskar lo piange con grande dolore e ha pubblicato sul sito della formazione musicale torinese le fotografie di quando erano insieme.
Ezio era un’anima gentile. Le sue mani si muovevano sulla tastiera governate e dirette dallo spirito che possedeva dentro. La musica non usciva dal pianoforte ma dalla sua candida e quasi commovente interiorità di uomo convinto che soltanto “insieme e senza fare troppo chiasso” l’umanità possa salvare se stessa e il mondo. Lo percepì nettamente il pubblico nazional popolare del Festival  di Sanremo la sera in cui Bosso regalò stesso e la sua musica nella sala dell’Ariston per concludere la sua esibizione con parole di scusa, già affaticate dal progredire del male, perché a suo avviso il mini concerto non era stato perfetto per via di quelle sue due dita ormai quasi paralizzate. Fu un momento di grande commozione.

Lo stesso senso di smarrimento che staranno provando, oggi, tutti i tifosi del Torino squadra per la quale Ezio faceva il tifoper ragioni di DNA e perché quella maglia granata è la sintesi di tutta la storia del pallone”. Di tanto in tanto concludeva i suoi concerti suonando la canzone “Grande” che i suoi ex compagni Statuto avevano inciso in onore alla squadra. Di una cosa si rammaricava: “Mai visto un giocatore granata ai miei concerti, ma molti juventini. Trezeguet mi ha voluto conoscere e dice di essere un mio fan”. Bizzarria della sorte. E quando tornava a Torino ripercorreva i passi delle sue radici tra via Garibaldi e via Bertola per sostare nella vinerie della sua gioventù dove aveva cominciato a coltivare i suoi sogni che poi avrebbe regalato al mondo. Una sola regola, come comandamento. Essere persona e mai personaggio. Una rarità.