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Se n'è andato a 96 anni Sergio Zavoli, uno dei maestri del giornalismo italiano del Novecento, senatore della Repubblica, il padre dell’inchiesta televisiva (è sua «La notte della Repubblica»), presidente della RAI (dal 1980 al 1986), un intellettuale che ha raccontato l’Italia trovando - nel mondo dello sport - il cannocchiale ideale per raccontare di noi, gli italiani. Nato a Ravenna ma riminese d'adozione, amico intimo di Federico Fellini con cui in gioventù aveva condiviso sogni e immaginato mondi, Zavoli ha inventato - tra le tante cose - un genere televisivo, il celebre «Processo alla tappa» (1962), contribuendo - nella narrazione del ciclismo e dei suoi eroi - alla crescita culturale e civile della nostra società.



Il «Processo» andava in onda dopo la conclusione di ogni tappa e da un palco improvvisato nei pressi della linea del traguardo si alternavano corridori, direttori sportivi, giornalisti. Diceva Zavoli: «Il mondo non è fatto di primi, vincitori e vincenti, ma di secondi, terzi, ultimi, di gente che arriva fuori tempo massimo pur sputando sangue», ed in questa frase c’è il suo naturale inclinarsi alla vita, cogliendo negli ultimi la scintilla di verità che andava raccontata. 
La storica trasmissione di commento al Giro d'Italia ha segnato un’epoca in cui la corsa - per davvero - si snodava lungo quel teatro itinerante che è il nostro Paese. Tra i borghi e le campagne, attraversando città e scalando le montagne; con il «Processo alla Tappa» e i suoi protagonisti, Zavoli traduceva in istantanee la memoria e l'immaginario che ancora oggi ci appartengono. Erano gli anni immediatamente successivi alle imprese di Fausto Coppi e di Gino Bartali, simboli di un'Italia che non c’è più ma che - anche grazie alle loro pedalate - usciva dal dopoguerra con una nuova fiducia. Il «Processo alla tappa» è stato il racconto di un'epopea in un’Italia che aveva bisogno esattamente di quella narrazione. Così Zavoli raccontava Coppi nella sua autobiografia, «Il ragazzo che io fui»: «Se gli si aggiungeva l’enigma della grandezza e della sfortuna se ne cavava un personaggio, appunto, romanzesco. Era l’immagine dell’epica solitaria, del sacrificio reso all’incredibile e persino all’assurdo». 

Zavoli cominciò - come i tanti della sua generazione - facendo il radiocronista di calcio. La sua prima radiocronaca in Rai fu un Roma-Fiorentina 3-2; ma va ricordato soprattutto per essere stato - insieme a Roberto Bortoluzzi e Guglielmo Moretti - tra gli inventori nel 1959 di "Tutto il calcio minuto per minuto”. L'idea era nata prendendo spunto da una trasmissione francese che si occupava di rugby. Anche quella volta - erano i primi anni ’60 - Zavoli aveva colto il sentimento popolare, riconoscendo nella potenza della radio il mezzo ideale per arrivare a milioni e milioni di italiani (negli anni d'oro la trasmissione arrivò a vette inimmaginabili, con picchi di 25 milioni di italiani all'ascolto, praticamente metà Paese). 

L’idea che faceva da collante alla discussione del «Processo alla tappa» era l’idea stessa di sport che aveva Zavoli: lo sport unisce le distanze e racchiude il senso del viaggio: conoscersi. Si va in bicicletta, si guardano le biciclette andare. E in fondo Zavoli stesso è stato un favoloso narratore-ciclista - che ha pedalato anche per noi facendosi carico della responsabilità del racconto e sentendosi gratificato della stanchezza felice di chi non si è mai risparmiato».