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A riposo forzato per mancanza di partite, i nostri giornalisti inviati di Centesimo minuto in queste settimane mettono a disposizione la loro esperienza e i loro vissuti con una serie di articoli legati a situazioni di cui sono stati 'Testimoni oculari'. 

L’idea fu di Mario Sconcerti, allora vicedirettore della “Gazzetta”. La notizia, come solito, non gli bastava più. Da grande giornalista qual è sempre stato, voleva approfondire come era potuta accadere un’altra tragedia aerea, simile a quella in cui era scomparso il Grande Torino. E così, due mesi dopo quell’8 dicembre 1987 in cui l’Alianza Lima sparì nell’oceano Pacifico poco prima dell’atterraggio, eccomi su un volo diretto in Perù, per ricostruire la drammatica fine della squadra più amata in Perù per i suoi 18 “scudetti”, reduce dalla trasferta di campionato a Pucallpa, dove aveva vinto 1-0 guadagnando il primo posto in classifica.

Sul Fokker F27 dell’Aeronautica militare c’erano 43 passeggeri, 16 dei quali giocatori dell’Alianza. Tutti morti, tranne il pilota Edgard Pineda che in una serata di pioggia e vento, dopo il primo tentativo di atterraggio, aveva lanciato un ultimo disperato messaggio: “Control, no veo tierra, control no veo tierra”. Erano le 20.06 locali e dopo quattro minuti l’aereo sparì tra le acque spezzandosi in due tronconi, a quattro chilometri dalla spiaggia di Ventanilla. Inutili i soccorsi nel buio della notte, con una scia di polemiche perché fin dall’inizio rimasero troppi interrogativi senza risposta.

Nessuno spiegò, infatti, perché alle cinque del mattino successivo uno dei tre elicotteri usati per il soccorso, insieme con tre navi e sette motoscafi, individuò in mare un unico superstite: il pilota che stava nuotando con il giubbotto salvagente allacciato. Proprio il fatto che si fosse salvato soltanto lui fece nascere il sospetto che avesse grosse responsabilità. Ma il mistero più grosso riguardò la sua successiva sparizione, perché nessuno l’aveva più visto, mentre qualcuno assicurava che fosse ricoverato in un ospedale psichiatrico negli Stati Uniti.
Due mesi dopo quella tragedia, il Perù era ancora scosso e proprio per questo si moltiplicò la mia voglia di scoprire altri particolari. Così, leggendo che tra i giocatori scomparsi c’era un nome che sembrava italiano, quello di Alfredo Tomasini, centravanti e capocannoniere della squadra, riuscii a mettermi in contatto con la famiglia. Forse perché venivo dall’Italia, la mamma mi invitò a casa sua, nel quartiere residenziale di Lima, Miraflores. Il padre chirurgo, ancora distrutto dal dolore, non parlò mai, mentre la signora Helia Tomasini per la prima volta accettò di rompere il silenzio con un giornalista. Capelli raccolti dietro la nuca, occhi scuri e sguardo sofferente, non aspettò nemmeno le nostre domande. Ci fece sedere in salotto e poi incominciò il suo sfogo, tra pause e singhiozzi. “Guardi questa foto – ci disse subito aprendo l’album di famiglia – guardi che faccia da italiano ha Alfredito. Il papà di mio marito era di Firenze, mio papà invece era di Morano in provincia di Cosenza. Alfredito dice sempre che il suo sogno è giocare in Italia, perché il suo idolo è Paolo Rossi”.

La signora si alzava e si sedeva nervosamente, parlando sempre al presente e mai al passato, mimando con le mani i gesti del figlio, prima di dire quello che soltanto una mamma disperata poteva dire, facendo commuovere anche me. “Io lo so che Alfredito non è morto. Lui è giovane, ha soltanto 23 anni, sa nuotare benissimo e già un’altra volta ci fece spaventare quando si era allontanato in mare e non lo avevamo più visto, ma poi tornò a riva. E anche adesso sono convinta che lui è vivo, lo dice il cuore di suo mamma. Sicuramente si è salvato, ma lo hanno fatto sparire perché era un testimone scomodo. L’ha detto anche il pilota che lo aveva visto nuotare vicino a lui. E poi Alfredito aveva in tasca la preghiera della Vergine Santissima, che lo aveva già salvato da tutti i pericoli. Ecco perché sono sicura che è ancora vivo e finché sarò viva, un anno, cinque o mille, vivrò con la speranza di ritrovarlo”.

A quel punto la mia mano si bloccò definitivamente, perché non riuscivo più a prendere appunti. E anche adesso, dopo 32 anni, mi viene la pelle d’oca ripensando a quel giorno. Chissà se c’è ancora, ma dovunque sia non scorderò mai il volto e il dolore di quella mamma, che non si voleva arrendere alla realtà e fece commuovere anche me.