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I più avvertiti ed esperti tra i commentatori di calcio hanno provveduto prima di me a far notare quanto sia diventata sintonica la figura di Massimiliano Allegri con il momento nero della società Juventus. Perfino quelli che prima lo contestavano aspramente (e io ero tra questi) hanno dovuto riconoscergli, nel giro di quarantott’ore dalla sentenza di condanna dei bianconeri, almeno due qualità. La prima: aver fatto giocare alla sua squadra la miglior partita della stagione contro un’Atalanta che sentiva l’odore del sangue ed era pronta per dare un’altra zampata letale. La seconda: essere diventato il simbolo della juventinità con l’affermazione della vigilia (“io resto, a meno che non mi caccino) e con il soave dileggio all’azzeccagarbugli del Napoli, presentatosi in trasmissione a Dazn con un’immancabile cravatta azzurra.

Se il primo, cioè l’espressione di gioco e un pareggio meritatissimo, non è un dettaglio, il secondo stabilisce un senso di appartenenza e di orgoglio che non tutti si aspettavano dall’allenatore. Intanto perché dicendo che resta ha messo la Juve prima di tutto, anche davanti ad una possibile retrocessione in serie B. Poi, perché, con leggerezza, non ha avuto paura di “sfidare” quella consistente parte di Italia calcistica che si bea delle disgrazie juventine, nella speranza, probabilmente non vana, che il meno quindici sia solo l’inizio.

Tuttavia quello che conta di più per chi ama il calcio e ama la Juve, al di fuori dei rigurgiti del tifo incanaglito, è che contro l’Atalanta, la seconda squadra più in forma del campionato, i bianconeri hanno rischiato assai più di vincere che di perdere. E, alla fine, pur sperando in un successo dimostrativo del proprio DNA, hanno capito la consistenza di un pareggio del tutto spettacolare. Allegri, oltre a non sbagliare nulla, ha anche avuto il merito di aver acceso un sogno che può essere un obiettivo: recuperare l’abissale divario in classifica, riconquistando la zona Europa, sia per mostrare al resto d’Italia la forza della Juve, sia per mettere in imbarazzo i Torquemada che, senza dibattimento e senza appello (il Coni non potrà entrare nel merito della sentenza, ma solo giudicarne la legittimità), l’hanno estromessa dalla Champions League.
E’ ovvio, infatti, che per rendere afflittiva la pena, la cosiddetta Giustizia sportiva, dovrà irrogare nuove sanzioni, ovvero altre penalizzazioni che potrebbero anche portare alla retrocessione, il grande sogno di ogni rivale della Juventus. Ma per scongiurare almeno questo, ovvero per permettere una placida navigazione nel procelloso mare della serie A, c’è un unico vero e grande timoniere, cioè Massimiliano Allegri che, per capacità e pragmatismo, può allestire un altro filotto di risultati (otto vittorie per esempio) tali da sorprendere tutti. A quel punto la classifica si confronterà con le pene e non è detto che la Juve, per allora, non possa essere arrivata di nuovo ad un traguardo che le si vorrà comunque far scontare.

Ancora di più il discorso vale per la Coppa Italia e l’Europa League. Ove mai, però, la Juve ne conquistasse una chi mai e, soprattutto, in base a cosa, andrebbe a contestargli il diritto dell’Europa League o della Champions? Solo l’Uefa, si dirà, ma la rinuncia ufficiale alla Superlega, da parte del club, potrebbe dire (e dare) tanto. In ogni caso, la situazione è talmente delicata e compromessa, che mi aspetto un colpo di coda vincente. Non dai tribunali, ma dal campo. Dove Max Allegri è tornato ad essere amato, dal popolo Juve, come poche volte prima.