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La grinta e la voglia di stare dalla parte dei più deboli tipica dei grandi campioni del passato, l’integrità e la dedizione nella scrittura dei pezzi del bomber di razza, l’influenza musicale del trequartista francese. Sarebbe la composizione ideale delle card FUT (Fifa Ultimate Team) di Amill Leonardo, rapper di origini marocchine nato e cresciuto nella periferia milanese, che si diverte a riempire i suoi testi di citazioni calcistiche, mentre canta di tematiche profonde come l’integrazione, i pregiudizi, la povertà e la famiglia. Lo abbiamo incontrato a distanza, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo singolo “A Domani”, primo inedito estratto dall’album Celine (dedicato alla figlia nata da pochi mesi), in uscita il prossimo 19 febbraio. Con Amill abbiamo parlato di musica, calcio ma anche di razzismo e integrazione sociale.

Il nuovo singolo e l’album rappresentano una svolta e un cambiamento nella tua carriera e discografia, quali sono gli elementi che li caratterizzano?
E’ cambiato l’approccio rispetto al passato. Ho cercato di mettere in evidenza la maturità di un ragazzo di 27 anni con una figlia. Prima quando facevo musica la facevo solo per me stesso, adesso cerco di dare un messaggio positivo, per lasciare a mia figlia qualcosa di importante. Per questo ho anche deciso di dedicare il disco a Celine. La famiglia è la mia verità e la mostro al pubblico, tanto che ho fatto recitare anche mia nonna nell’ultimo video, sperando la possa cogliere e se ne possa affezionare.

A livello di suoni, invece, cosa dobbiamo aspettarci?
Il disco si divide in due tra un lato più morbido rispetto al passato e uno un po’ più street. Le tematiche rispetto ai dischi passati sono pressoché uguali, c’è solo un modo diverso di esprimerle. Ho cercato di dare una sonorità leggermente più radiofonica, musica che anche una persona più matura possa ascoltare, senza però perdere la mia natura.

Musicalmente a chi ti ispiri?
Su tutti metto Booba e la scena francese. Non mi ispiro a rapper italiani, perché sarebbe come rifarsi a qualcuno che si è già ispirato a qualcun altro e non mi piace essere un surrogato. Cerco di trovare una via originale nella mia musica. Quello che faccio non vuole essere trap ne’ rap come siamo abituati a sentirlo oggi. Cerco di dare una chiave maggiormente r&b e soul, con ritmi africani che rimandino alle mie origini.

A proposito di origini, tu sei di Cinisello Balsamo come Sfera Ebbasta, cosa rappresentano Ciny e Sfera per te?
Cinisello è una fucina di ricordi felici e infelici. Un quartiere che, fin da adolescente mi ha insegnato e dato tanto: i valori, il rispetto e la disciplina, anche se per farlo ha usato più spesso il bastone che la carota. Sfera è un bravo artista, anche se io ho iniziato con Vegas Jones, con cui avevo un rapporto migliore. Storie di quartiere. A Cinisello non l’ho praticamente mai visto. Racconta la città ma non credo l’abbia vissuta come me e Vegas Jones, che qui abbiamo vissuto l’adolescenza più vera, cruda e complicata. 

Credi sia stato giusto intitolargli addirittura una piazza?
La trovo più che altro una buona trovata di marketing. Però a conti fatti credo sia anche giusto come tributo perché ha fatto conoscere Cinisello in Italia e, in parte, anche nel mondo.

Sei milanista, sai chi era Pierino Prati? Un altro cinisellese che è arrivato sul tetto d’Italia e del mondo?
Certo che conosco Pierino Prati: grande calciatore e grande attaccante. Io però sono più legato a un altro personaggio calcistico della zona: Gaetano Scirea. Giocavo alla Serenissima San Pio X, la squadra in cui Scirea è cresciuto. Suo fratello Paolo era il direttore tecnico della squadra: persona squisita.
In che ruolo giocavi?
Ero terzino, poi negli anni sono diventato un “Numero 9”. Il mister mi chiamava “Tacco di Allah”, come Madjer Rabah (l’attaccante algerino che con un gol di tacco regalò la Coppa dei Campioni al Porto nel 1987, ndr). Il mio soprannome però era una simpatica presa in giro per una figuraccia: un palo colpito a porta vuota con il tacco durante una partita con la Serenissima.

Lewandowsky, Numero 9, Matador: sono tante le citazioni calcistiche che metti nella tua musica. Qual è il tuo rapporto con il calcio?
Son un tifoso e canto spesso sul calcio. Il calcio per me è uno sport popolare, così come popolare è la musica. La gente si ispira ai grandi calciatori come ai grandi musicisti. Basti pensare a Paolo Rossi o Maradona. In modo differente ma rappresentavano due eroi popolari. Giocavano per la gente, per portare felicità e unire. Mi rivedo nel calcio di un’altra generazione. Maradona era il campione del popolo, con un privato a volte burrascoso ma che in campo faceva sognare. 

Nel calcio di oggi, invece, chi sono i campioni più ispiranti?
Sicuramente direi Lewandowski. Ho scritto il primo pezzo della saga su di lui nel 2015, nello stesso periodo in cui anche Ernia ha scritto i primi brani su di lui. Secondo me è il numero 9 per eccellenza: fisico, capace di giocare di sponda per gli altri, oltre che per fare gol. Più va avanti con gli anni e più diventa forte, un po’ come Ibrahimovic: è quel tipo di mentalità che mi colpisce. Nella musica cerco sempre di metterci quel tipo di dedizione per fare del mio meglio, per il resto purtroppo ho più uno stile di vita alla Cassano.

Giochi al Fantacalcio?
No, ci ho provato un po’ di volte ma in Italia è difficile, perché non puoi puntare a prendere il calciatore più forte per vincere. Rischi troppo spesso che stia fuori in campionato per turnover. Se lo facessi, però, quest’anno punterei su Donnarumma in porta, Acerbi in difesa, Bennacer a centrocampo e Immobile in attacco.

Cosa ne pensi dei talent?
Sono convinto che rappresentino per molti un’opportunità da sfruttare al massimo. Ma sono anche un’arma a doppio taglio perché si corre il rischio di essere dimenticati troppo in fretta. Nella scena rap poi, se non si sceglie il talent giusto e si punta tutta la carriera su quello, si rischia di fare la fine di Moreno, bravissimo artista che però è finito a contare i dischi di Platino senza mai vedere gente sotto al palco.

Nei tuoi pezzi parli spesso di integrazione: come si vive secondo te questo tema in Italia oggi?
L’Italia mi ha accettato, mi ha fatto crescere e mi ha dato un sacco di opportunità. I miei genitori sono arrivati qua a fine anni ’80 dal Marocco e hanno avuto modo di crescere una famiglia con tre figli, che hanno trovato una loro strada. Secondo me non c’è un razzismo dilagante nel nostro Paese. Il problema è solo che il razzismo si concentra in poche persone che hanno una risonanza maggiore di altre ma, fortunatamente, non rappresentano la maggior parte delle persone. Quando quelle persone esprimono un pensiero razzista o poco tollerante si è portati a pensare che tutti gli italiani la pensino così ma non è assolutamente vero. La soluzione sta nello smettere di dare peso al pensiero di determinati personaggi come Salvini, che strumentalizzano l’odio come se fosse un gioco per prendere consensi, ignorandoli senza vittimismo. Solo così sarà possibile isolarli.