Lacrime umane, di frustrazione, lacrime da bambino che si vede indicare l’uscita: tu stasera non giochi più, lacrime di rabbia, pensando alla squalifica. Lacrime che scendono copiose, rigano gli zigomi, conferiscono al volto una maschera di disperazione. Anche i campioni piangono. E il pianto di Cristiano Ronaldo a Valencia finisce sulle prime pagine di tutto il mondo, dandoci la conferma che - quando piange un campione - è sempre una notizia. Un altro Ronaldo, era il Fenomeno, in un pomeriggio di sole del 2002 - quel fatidico 5 maggio - dopo la più sconcertante delle sconfitte, rimase seduto in panchina - lì dove Cuper l’aveva tolto a pochi minuti dalla fine della sfida contro la Lazio - una mano a coprire il volto, da solo, in silenzio, a singhiozzare il suo dolore, senza aver la forza di parlare.

Ci sono pianti inconsolabili, altri che accompagnano un’emozione forte. Il pianto di Totti, lacrime a galleggiare nel mare degli occhi, guardando la sua gente, nel giorno dell’addio dentro un Olimpico dove tutti - ma proprio tutti - si erano lasciati vincere dall’emozione. Ecco Gigi Buffon che piange a dirotto - e in diretta televisiva - davanti al cronista Rai, mentre cerca una spiegazione a ciò che non si può spiegare: l’eliminazione dell’Italia dal Mondiale. Piangono tutti, anche Messi - come ci ha raccontato la madre - per le critiche ricevute dopo l’esordio Mondiale; piange Neymar - ma è un pianto liberatorio - dopo Brasile-Costa Rica sempre in Russia.
Erano lacrime di disperazione quelle di Franco Baresi, dopo la finale persa a Usa 94: Sacchi gli si avvicinò e gli fece una carezza: erano le lacrime di chi capiva che quella era l’ultima occasione della vita di vincere un Mondiale. Si piange prima, durante, dopo. Ricordate Thiago Silva quattro anni fa, al Mondiale brasiliano? Piangeva durante l’inno. La gente cantava e lui piangeva, col groppo in gola e un’onda di lacrime a salirgli, fino agli occhi. Pianse anche il giovanissimo Pelè - aveva soltanto diciassette anni - quando vinse la prima delle sue tre coppe del mondo, a Stoccolma, dopo la finale con la Svezia, sulle spalle del portiere Gilmar, che cercava di consolarlo. Si piange anche perché si perde, come succede spesso quando vediamo i giocatori - al fischio finale - crollare a terra, cercare rifugio e consolazione schiacciando il viso sull’erba. Pianse e si dimenò, quasi si stracciò le vesti Gianfranco Zola a Usa 94, dopo la più ingiusta delle espulsioni, contro la Nigeria. Si piange perché ci si porta dentro un dolore immenso, e da qualche parte bisogna farlo uscire. Capitò a Del Piero e anche a Ronaldinho, segnarono gol bellissimi, poi furono solo lacrime, per il ricordo di qualcuno che non c’era più.

Piangeva Iker Casillas a Johannesburg, nella notte in cui la Spagna stava conquistando il Mondiale. La partita era ancora in corso, mancavano veramente pochi attimi e il pallone era lontano, dall’altra parte del campo. Niente sarebbe più potuto accadere, la felicità era a portata di mano, la coppa era della Spagna. Una telecamera inquadrò Casillas e lo trovò travolto da lacrime amiche, perché si può piangere anche quando si realizzano i propri sogni.