Il primo Ministro Giorgia Meloni, perentoriamente, afferma: “Aiuti alle società di calcio? Nemmeno per idea! Imparino ad amministrare bene!” Chi non è d'accordo? Nessuno! E giù tutto un profluvio di evviva! Brava! I social si levano in un elogio collettivo, che non conoscenze né distinzioni, né confini: “Sono di sinistra, ma sei una grande donna!”, “Giorgia coraggiosa!”, “Ecco, finalmente, un politico con gli attributi!” Certo, chi può essere contro questa decisione con la Juventus, ricchissima, in prima pagina per presunte malversazioni? Chi può essere contro i “miliardari del pallone, quando a me se salto una rata le banche mi pignorano l'auto”? Nessuno. Salvo che poi i tifosi chiedono sempre alle proprie squadre di spendere di più, di vincere di più. Ma questo è un aspetto che pertiene all'irrazionalità del calcio, in cui ragione e sentimento molto spesso confliggono.

Nessuno, appunto, può essere contro un'affermazione che rinsalda la fiducia nella giustizia popolare e nell'eguaglianza dei cittadini. D'impulso, nemmeno chi scrive, il quale tempo fa, si chiese, forse un po' provocatoriamente: “Che farà il governo quando Lega e F.I.G.C. busseranno per chiedere un'ulteriore deroga al pagamento delle tasse?” La Meloni, a questa richiesta, ha risposto “NO”, tra gli applausi collettivi. Ma c'è chi l'ha corretta. Uno che fa i conti e non va in piazza. Il Ministro dell'Economia, Giorgetti, ha, infatti, detto: “Vedremo chi ha facoltà di entrare nel Decreto Aiuti”. Già: il Decreto Aiuti serve a dare ristoro a tutte quelle imprese che sono state pesantemente colpite dal COVID e ancora ne risentono. Per esempio, è abbastanza chiaro che l'industria agroalimentare, coi negozi e i supermarket pieni, ha risentito delle limitazioni dovute alla pandemia molto meno (anzi ha guadagnato!) dell'industria legata allo spettacolo: cinema, teatri, sport... O si stava chiusi o si giocava senza pubblico. Numerosi cinema hanno messo i sigilli agli ingressi e posto in cassa integrazione molti lavoratori per non riaprire più. Addetti al teatro  (compagnie, tecnici, attori, autori...) sono finiti sul lastrico.
Le società calcistiche professionistiche avrebbero potuto fare altrettanto? Chiudere, spegnere le luci, mollare i calciatori e dire addio o arrivederci. Durante la pandemia è stato fatto uno sforzo enorme per tenere in piedi la baracca. I calciatori, i magazzinieri, gli impiegati i dirigenti sono stati pagati anche se la macchina era ferma e macinava la metà degli incassi. Quel peso si sente ancora. E non parliamo della solita Juventus, ma di Napoli, Inter, Milan, Fiorentina, Udinese, Roma, Lazio...

Siamo, perfettamente d'accordo, che il calcio italiano nel suo insieme non è sano. Pur affetta da megalomania e irresponsabilità, è però quell'impresa che, di fatto, finanzia in gran misura lo sport nazionale. Lo stato da una parte prende e dall'altra dà. Eroga, le tasse (incassate da quegli “infamoni” della serie A) al C.O.N.I. il quale riversa poi le quote su relative discipline, fino ad arrivare a sovvenzionare tutta quella pletora di società che fanno del dilettantismo una proficua professione.
Si meritano, certamente, regole più efficaci e più stringenti i Presidenti, la Lega, la F.I.G.C. Ma - diciamocelo - mettere il calcio professionistico di fronte a un dato di fatto che lo costringa ad un ridimensionamento immediato e assoluto otterrebbe tre effetti: l'impoverimento di tutto il settore sportivo italiano, il “calo” di campionati che stanno scivolando al quarto posto in Europa per interesse e indotto, la conseguente diminuzione dei diritti. E' questo che vuole il governo? Al momento è travolto dagli applausi, ma dopo?