L'Argentina si avvicina alla sfida con la Nigeria con un un solo risultato utile a disposizione. Per sperare ancora in un passaggio agli ottavi, la Selección dovrà battere le Green Eagles e augurarsi  che, in contemporanea, la Croazia faccia il proprio dovere contro l'Islanda. Negli ultimi giorni però il clan argentino è stato coinvolto dal caos scatenatosi attorno a Jorge Sampaoli: dopo il 3-0 maturato contro i croati, il ct è stato di fatto esautorato dai senatori dello spogliatoio albiceleste, che in un primo momento ne avevano chiesto l'esonero. Richiesta respinta, almeno al momento.

Una delle scelte più contestate a Sampaoli è senza dubbio quella del portiere: dopo l'infortunio di Sergio Romero, il tecnico ha deciso di puntare su Willy Caballero, secondo di Courtois al Chelsea e vice del Chiquito ormai da diverso tempo. Con due papere clamorose però Caballero ha spianato prima la strada del pareggio all'Islanda e, nella gara successiva, ha regalato a Rebic la rete del vantaggio croato. Due errori disastrosi, che nel contesto Argentina – già molto delicato – hanno pesato in negativo.

Per il match decisivo Caballero perderà sicuramente il posto e, in queste ore, i media locali si interrogano su chi debba giocare al suo posto. Le quotazioni in rialzo sono quelle di Franco Armani.

Diciamoci la verità: Armani meritava di giocare titolare sin dall'inizio. Il portiere del River Plate arriva da tre stagioni straordinarie, durante le quali ha vinto tutto con la maglia dell'Atletico Nacional prima di approdare a Nuñez “per vivere un sogno”. Tifosissimo del San Telmo, squadra della sua città, Armani si è trasferito molto giovane in Colombia, ma fino ai 28 anni la sua carriera non è mai decollata: “Arrivai all'aeroporto e non c'era nessuno ad aspettarmi. I primi tempi furono difficili: mi infortunai subito, volevo tornare a casa e così mio padre veniva spesso a trovarmi per farmi coraggio”, raccontò anni dopo in un'intervista. All'improvviso però arrivò la svolta: in campo, grazie al profe Ricardo Osorio, l'allenatore che più di tutti ha creduto in lui, e fuori dal terreno di gioco, dove Armani ha abbracciato la fede grazie all'incontro con una cartomante, che gli rivelò di aver parlato con un suo parente defunto. Il resto è storia recente: tredici trofei coi Verdolagas e la chiamata di River e nazionale, con la quale potrebbe presto esordire.

Con la camiseta dell'Argentina ha invece già esordito Nahuel Guzmán, che però in Russia nemmeno ci doveva andare. Richiamato per sostituire l'infortunato Romero, Guzmán non aveva preso molto bene la sua esclusione dalla lista dei convocati, tanto che il padre – con una lettera indirizzata a un quotidiano argentino – ha accusato Sampaoli di "aver mancato di rispetto a un ragazzo che cullava il sogno di giocare un mondiale". Un sogno iniziato nel Social Lux, club dell'interior rosarino, dove Guzmán nasce difensore centrale e viene opzionato dal Newell's all'età di 14 anni. Alla Lepra, vista la sua stazza, lo trasformano in portiere: “Nahuel è un ragazzo d'oro – ricorda Enzo Scala, il suo primo allenatore – so che non era molto convinto di spostarsi in porta, ma era troppo educato e rispettoso per rifiutarsi di farlo”.

Il nuovo ruolo gli permette di mettersi in mostra nella giovanili del Newell's, dividendo lo spogliatoio con gente del calibro di Ansaldi, Garay e Formica. Dopo essersi conquistato la prima squadra nel 2013, il Patón diventa un pupillo di Gerardo Martino: sotto la guida del Tata vince un campionato, riuscendo anche a instaurare col tecnico stesso un rapporto di stima che, qualche tempo dopo, gli permetterà di entrare nel giro della nazionale. Non di solo calcio, però, vive Guzmán: nonostante si sia trasferito a giocare in Messico, l'attuale portiere dei Tigres è molto impegnato nel sociale, soprattutto nel progetto decennale portato avanti dalle donne di Plaza de Mayo, mamme e nonne dei desaparecidos spariti durante la dittatura militare di Videla. 

Guzmán appoggia il movimento e, recentemente, si è esposto in prima persona dopo la scomparsa di Santiago Maldonado: “Tutti abbiamo diritto di conoscere la verità – disse alla tv argentina sfoggiando una maglietta con su scritto il nome del ragazzo – queste sono cose che fanno parte di un passato che dobbiamo lasciarci alle spalle”. 

Un passato da dimenticare come le prime due uscite russe dell'Argentina, per la quale Armani e Guzmán sono pronti a immolarsi: d'altronde, per entrambi, sarebbe un sogno che si avvera.